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Riprendimi

1h 35'

Regia: Anna Negri



Ricordate la tenera coppietta di operai, Renzo e Lucia, dell’episodio firmato da Mario Monicelli per Boccaccio ’70? Era l’epoca del boom (il film è del 1962) e per quei due giovani sposi proletari (senza rivoluzione) non era facile "prendersi", impegnati com’erano a "riprendersi" dai massacranti turni delle rispettive fabbrichette in quell’Italietta lontana, intenta a competere lungo i sacrificati sentieri del surplus produttivo.
Oggi come oggi il mal di vivere assume una più angosciosa caratura: è l’assenza di lavoro a generare lo scollamento, a far sì che le coppie scoppino, vittime dello spaesamento collettivo, del vuoto pneumatico che ci circonda tutti, dell’assenza di etica e d’ideali (forse anche d’ideologie). Niente più fulmini a ciel sereno: l’annuvolamento incombente (di cui ci parla un recente, piccolo capolavoro di Soldini) è in grado di ammorbare ogni libido e ogni sentimento. E l’impalcatura amorosa crolla insieme al resto dei fatiscenti equilibri esistenziali. Ma quando ci si separa traumaticamente, qualcosa rimane dell’afflato trascorso, ci si sente liberi e prigionieri insieme, come i protagonisti di quell’archetipo della psicopatologia amorosa che rimane Scene da un Matrimonio, firmato dal sommo Ingmar Bergman.
In quest’opera seconda (partorita nove anni dopo il felice esordio di In Principio Erano le Mutande), Anna Negri, figlia dell’ideologo dissidente Toni, inscrive le inquietudini "normali" dei suoi protagonisti nel contesto marcescente della presente società precaria fatta di mal cresciuti spiantati. Il risultato è un flagrante low budget, ben distribuito nelle sale, prodotto dalla coraggiosa Francesca Neri, dall’emblematico titolo che allude ad un tortuoso andazzo di affinità elettive contemporanee.

Giovanni e Lucia (ancora, per lei, un’evocazione manzoniana?) sono una giovane coppia che si separa. Lui è un attore di teatro (il bravo interprete Marco Foschi lo è nella vita, e noi lo abbiamo ammirato di recente in un’altra love story disperante, Nelle Tue Mani di Peter Del Monte) però costretto a recitare per la pagnotta in fiction tv e con ambizioni cinematografiche represse; lei è invece una montatrice televisiva con contratto a termine (Alba Rohrwacher, già intensamente presente nel citato Del Monte, qui al suo felice esordio da protagonista). Dopo la nascita di un figlio, il legame si spezza. Giovanni, spinto dalle illusioni dell’ambizione, taglia la corda mentre la giovane moglie (che non smette di amarlo, anzi...) precipita in un lancinante vortice d’ansia, restituito con impressionante adesione dall’interprete Alba, capace di modulare il fragore del proprio dolore in perenne eruzione adattandolo all’evidente fragilità del suo fisico potentemente minuto.
Ed ecco, come in certi magnifici exploit della Nouvelle vague che fu, l’irruzione del cinema–verità, la presa diretta oggi garantita dalla leggiadria del digitale. Su questo caos per niente calmo, fatto di afasia sottile e smarrimento bruciante, intervengono due documentaristi, il cameraman Eros (Alessandro Averrone) e il fonico Giorgio (Stefano Fresi), ai quali capita di rimanere coinvolti nel traumatico, minimale evento della coppia, avendo deciso di raccontarne il privato, fin dalla primavera del 2007, come fulcro di una docufiction sul precariato giovanile nel mondo dello spettacolo. Per procurarsi il denaro adeguato all’impresa i due hanno subaffittato le abitazioni e vivono in automobile: naturalmente, non resta loro che continuare a girare senza "cut", divenendo rilevatori dei sommovimenti emotivi dei protagonisti. Eros segue Lucia con la sua camera fino ad innamorarsene, mentre a Giorgio tocca il ruolo di testimone dell’impervia fuga di Giovanni culminata nella relazione di questi con l’otorinolaringoiatra Michela (Valentina Lodovini), con il corollario di focosi amplessi consumati sui gradini esterni e nelle più comode coltri casalinghe.

I toni da kammerspiel all’italiana si mescolano a quelli della commedia rarefatta e consapevole di marca francese. Anna Negri gioca a depistare lo spettatore con questa moltiplicazione di prospettive: la sua telecamera digitale rileva il contrastato andamento di accensioni ed abbandoni immersi nella desolata concretezza di un affastellato paesaggio urbano, restituito in tutta la sua prorompente allusività.
E’ un racconto di fuochi fatui e di progressivi incenerimenti, caratteristiche queste della consumata deriva in cui si muove la nostra comune società dove a regnare è l’ipercommercio (purché precario) di corpi ed anime. Tutto questo senza sottolineature retoricamente moralistiche, con piglio indipendente molto anni settanta e con critica asciuttezza, elementi assecondati da una sceneggiatura firmata dalla regista con la fedele Giovanna Mori.
Riprendimi è, dunque, un efficacissimo mockumentary che va oltre la storia che narra, concentrandosi sulle coloriture intimiste riguardanti il giro di vite di Giovanni e Lucia per poi allargare il campo a comprendere i tratti ben schizzati dei personaggi di contorno, come le amiche della protagonista, regalando loro la valenza di un ideale coro greco a commento delle isterie e dei rigurgiti sentimentali in campo (di questo ben temperato ritmo si fa garante l’efficiente montaggio di Ilaria Fraioli). Il film sa dunque esprimere un particolare calore nel suo stare addosso analitico–emotivo alle incertezze psicologiche di Lucia e ai tremori di Giovanni, egoista questi perché eterno adolescente smarrito in un cul de sac familiare che, com’è d’uopo, non garantisce mai la stabilità interiore (e oggi nemmeno quell’economica e sociale). E la Negri si concede il lusso di un accento post–romantico, legando il desiderio della sua protagonista nei confronti del proprio cameraman al mal d’amore magicamente restituito dal mitico timbro di Billie Holiday in "Good morning heartache" (la sequenza è assai toccante). Sviluppando il paradigma sulla precarietà incipiente che, di recente, ha sedotto parecchi autori italiani, Riprendimi dimostra un’irresistibile vitalità espressiva (apprezzata all’ultima edizione del Sundance Film Festival di Robert Redford) e un controllato virtuosismo da prodotto indipendente che dimostra come si possa fare cinema, esibendo regia sapiente e montaggio variegato, con la tecnica digitale che asseconda la fluidità narrativa conducendoci nel frastagliato territorio di una quotidianità la cui alienazione non può e non deve limitarsi ad essere rappresentata attraverso gli squallidi e compiaciuti singulti trashisti dell’eterno fluxus televisivo. Con buona pace di chi, riprendendosi (la vita), vuole lasciarsi riprendere per poi riconoscersi finalmente nella propria immagine allo specchio.

© 2008 reVision, Francesco Puma