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Il Gioco Di Ripley

Ripley's Game - 1h 50'

Regia: Liliana Cavani



Tratto dall'omonimo romanzo di Patricia Highsmith, il terzo della serie di cinque dedicati alle avventure di Tom Ripley, il film della Cavani è il quarto adattamento cinematografico ispirato al talentoso millantatore perso nelle pieghe dei suoi intrighi amorali. In particolare, il libro in questione fu già portato sul grande schermo nel 1977 da Wim Wenders con il titolo L'Amico Americano e la trasposizione della regista italiana può esserne ritenuta un sorta di remake, anche se rispetto al film di Wenders, Il Gioco Di Ripley si prende delle licenze anche piuttosto felici, spostando l'azione dalla provincia francese nella campagna veneta, aggiornando la vicenda ai nostri giorni e sostituendo alla mafia italiana quella russa. Il risultato è un film molto americano, nonostante la regia, un onesto giallo senza grosse pretese intellettuali, un esercizio di stile dalla forma impeccabile che manca, però, di cuore. Il tutto come tentativo di sintesi tra le grandiose coproduzioni internazionali e la pretesa di qualità di un certo cinema italiano. Gli ingredienti per la confezione di stile ci sono tutti: da una regista forte di studi umanistici classici, da sempre sedotta dalla perversione di certi rapporti interpersonali, ad un romanzo dalla vena profonda ed intellettuale, da un divo come John Malkovich, impegnato nel dosare pacatezza e ambiguità, fino al contributo di un maestro come Ennio Morricone.

Ciò che sembra interessare maggiormente la regista sono le dinamiche psicologiche che si creano tra i personaggi. Il crudele gioco al massacro, nato per capriccio ed appeso come panno gocciolante sulla tragedia, si alimenta della convinzione che, in certe circostanze, chiunque sarebbe capace di trasgressioni altrimenti impensate. Incombente la carta della tensione, sviluppata non in base ad un'eventuale complessità della trama quanto all'intrigante personalità dei protagonisti ed alle loro reazioni, senza tralasciare il sarcasmo, lo humor nero ed il cinismo che avevano fatto la fortuna dell'opera letteraria.

Stavolta, Tom Ripley, dismessi i panni del divoratore di identità che affronta la scalata sociale appropriandosi delle storie altrui, vive come un ricco intellettuale in una villa palladiana con la moglie musicista, si circonda di arte ed antiquariato, veste Armani, pasteggia con ottimi vini e si delizia di cucina sofisticata, non disdegnando, all'occasione, di trasformarsi in killer prezzolato. Una sera, ad una festa, Jonathan Trevanny (Dougray Scott), un corniciaio inglese, malato terminale di leucemia, lo insulta, apostrofandolo come americano ricco e cafone e Ripley decide di trasformarlo in assassino, solo per assecondare l'impulso della vendetta. L'occasione si presenta quando un suo vecchio complice di misfatti, ora proprietario di un club a Berlino, gli chiede aiuto per eliminare un boss della mafia russa. Ripley riesce a manipolare la sua vittima fino a spingerla a compiere l'omicidio, sfruttando senza pietà né coscienza il desiderio di Jonathan di assicurarsi, prima di morire, l'avvenire della sua famiglia. L'uomo porta a termine la missione ma il gioco diventa ben presto incontrollabile e lo stesso Ripley non potrà non evitare di essere coinvolto in un imprevedibile sviluppo del rapporto tra carnefice e vittima.
John Malkovich, impegnato nell'ennesimo ruolo ambiguo e fascinoso, non sembra propriamente a suo agio nell'interpretare chi, per dote o cecità, dai margini della legalità allo sprofondo dell'omicidio, sembra sempre risparmiato dalla condanna di penetrare il significato degli eventi. Il livello del film rimane piatto e poco credibili sono i personaggi di una disperata umanità che cerca solo sopravvivenza. Si sarebbe, certo, voluto di più da un nome come quello della Cavani che, invece, non riesce a personalizzare la miscela presentata neppure con una regia non invasiva e mai casuale.

© 2003 reVision, Elisa Schianchi