![]() |
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
||
![]() |
Ridicule1h 42' Il regista francese Patrice Leconte, la cui fama è dovuta al suo film Il Marito della Parrucchiera del 1990, ma che molti già apprezzavano per i suoi film un po' stravaganti e un po' enigmatici, sarcastici e quasi "maniacali", per la maniera incisiva e insistente con cui presentava certe situazioni estreme (L'Insolito Caso di Mr Hire), ci ha regalato un piccolo capolavoro.
Ridicule è veramente un gioiello. Ben fatto, ben scritto, ben recitato, un'idea originale e ricercata, in un contesto, la corte francese del '700, presentata sotto una luce nuova, meno pomposa, meno formale (anche dal punto di vista della fotografia e delle scenografie la richiesta specifica del regista è stata quella di rendere le cose secondo un gusto moderno e non rispondente a quelle luci e a quelle atmosfere tipiche dei dipinti settecenteschi e sempre riproposta al cinema). La corte del re Luigi XIV è protagonista di questo film, una corte in cui la cosa peggiore che possa capitare a un individuo è quello di essere messo in ridicolo. Colui che manca di spirito (il termine francese bel esprit significa letteralmente sarcasmo) è condannato ad essere tagliato fuori. Il conte Grégoire Ponceludon de Malavoy è un uomo di spirito ed ha grandi probabilità di entrare nelle grazie del re. Ma la sua richiesta è troppo nobile e non è facile avvicinarsi al re. Nobile decaduto, ingegnere, egli ha un progetto di bonifica per le sue terre dove i contadini muoiono di malaria, da sottoporre all'attenzione del re. L'unico cortigiano che gli dà retta e che decide di introdurlo a corte, insegnandolgli tutti i trucchi per arrivare all'orecchio del re è il simpatico, progressista, marchese di Bellegarde, splendidamente interpretato da quel folletto camaleontico di Jean Rochefort, adorabile come sempre. Grazie a lui, Ponceludon percorrerà tutte le strade (forse anche una di troppo, che ha il nome di Madame de Blayac -Fanny Ardant-) per arrivare al re, ma ne valeva la pena? E diventare schiavi di questo mondo vacuo e impomatato, in cui l'unica cosa che devi riuscire a salvare è la faccia è davvero adatto per un uomo che è arrivato a Versailles con l'idea di salvare delle vite? La figlia del marchese di Bellegarde la pensa diversamente, lei si tiene lontana dalla corte, vive in un mondo tutto suo, di fantasia e scienza che si mischiano in splendidi innesti floreali. Forse è proprio questo tipo di persona che interessa Ponceludon e l'amore inconfessato per lei, l'unico inganno che valga la pena svelare. Scoppiettante di battute, di motti di spirito, di frasi argute, il film incanta e scorre via. Forse a volte può sembrare vacuo come i personaggi che racconta, forse avremmo voluto sentire di più il vento della rivoluzione soffiare su questo castello di cartapesta, nella certezza che sta per volare via. L'intento umano del conte rimane quasi sullo sfondo rispetto agli intrecci e agli intrighi che scorriamo sullo schermo, quasi ce ne stiamo per dimenticare, come sembra dimenticarlo Malavoy, sedotto dalla sensualità di un mondo così sognante, che non vuole sentire parlare di cose serie, altrimenti si intristisce. Ma alla fine la maschera cade ed eccolo là, Malavoy, intento a rialzarsi da terra dopo uno sgambetto che avrebbe dovuto ridicolizzarlo a morte e segnare la sua fine, riguadagnare la sua dignità grazie al rifiuto delle regole dettate dalla corte. La mashera che cade è quella della cattiveria e dell'opportunismo, impersonata da una magnetica Fanny Ardant, sensuale e bravissima. Il regista racconta che quella scena, in cui lei, sconfitta, rivela il suo volto umano, la sua sofferenza di donna, non avrebbe mai smesso di girarla. Non a caso questa scena assomiglia molto al finale di Le Relazioni Pericolose, a cui il film rimanda per il ritmo di alcune scene e per il tipo di discorso su quel periodo storico, rivelato soprattutto in queste due scene simili, in cui cade la maschera dell'ipocrisia e dell'insensibilità. "Ciò che mi attira nelle storie che voglio raccontare è il lato umano", dice il regista Patrice Leconte "Se c'è una cosa che non è cambiata nel corso dei secoli è la natura umana". E' grazie a questa sensibilità per il lato umano che il film risulta così attuale e tra i manichini spicca qualche persona, credibile, riconoscibile. "Ponceludon", dice Leconte, parafrasando Flaubert, "sono io". © 1997 reVision, Raffaella Mastroiacovo |
|
|
Copertina | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | CineLinks | Scriveteci |
|||