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Ricky - Una Storia d’Amore e Libertà

Ricky - 1h 28'

Regia: François Ozon



Oggi come oggi non è facile raccontare l’amore al cinema. Non la superficie dell’amore, la sua spuria manifestazione sensoriale, ma la sua dinamica più autentica, quella interiore, espressa attraverso micro–gesti, silenzi, accenni verbali: un’impalpabile gamma espressiva di emozioni che affiorano come sintomi, a restituire la sobrietà e il disincanto dell’idea stessa dell’amore. Solamente un cineasta autentico, che ha saputo elaborare una propria cifra stilistica, che è riuscito a neutralizzare gli stilemi narrativi per imporre il proprio linguaggio, sfidando la potenza adamantina dei classici del passato (ancora così presenti), è in grado di rappresentare l’amore come gesto e come pulsione, capace di affiorare nel sentimento materno e filiale, nello scambio di tenerezza all’interno di qualunque relazione. François Ozon è uno di questi autori, un cineasta sapiente che si rivela film dopo film, svelando ogni volta un inedito aspetto della propria personalità di autentico indipendente, facendosi decifrare attraverso l’impalpabile grazia della sua screziata e intrigante maniera di citare finemente i suoi modelli di riferimento: i silenzi di Antonioni in Sotto la Sabbia, le atmosfere fassbinderiane nel suo teatrale Gocce d’Acqua su Pietre Roventi, la mescolanza dei generi del cinema classico esibite fin dal suo esordio (la commedia nera Sitcom). Soprattutto Hitchcock, il musical e poi Sirk e la commedia sofisticata nel meraviglioso Otto Donne e un Mistero, il mélo nella sua forma più smagliante nel significativo Angel, il crepuscolarismo dagli echi bergmaniani ne Il Tempo che Resta. Ozon esibisce il gusto del fare cinema, proponendosi come classico contemporaneo, raccontando l’intreccio dei sogni con la realtà, memore della lezione di maestri assoluti come Buñuel e Truffaut. Con il suo ultimo piccolo grande film, spicca letteralmente il volo: Ricky, presentato alla scorsa edizione della Berlinale e finalmente giunto felicemente nelle nostre sale sotto l’egida del prezioso marchio della Teodora Film di Razzini e Petrillo (una distribuzione indipendente che continua a deliziarci con le sue inedite perle per il grande schermo assieme ai pregevoli restauri dei classici destinati all’home video in DVD).

Questa volta, Ozon sembra voler sfidare le regole della fisica e della diegesi per narrarci la delicata, fantastica vicenda di un neonato dotato di sviluppate ali di pollo sulla schiena. Puro realismo magico e sobriamente poetico, governato da uno stupore sincero e da un commovente disincanto. Ozon intaglia i suoi personaggi con abilità da esperto analista, rivelandoceli attraverso minimali e umanissime espressioni. La prima mezz’ora del film descrive la lieve quotidianità vissuta da esponenti dell’odierna classe operaia nel contesto della fredda provincia, nella Francia del Nord. E fa questo mostrandoci soprattutto i volti segnati dalla fatica del vivere, come nel fenomenologico cinema dei fratelli Dardenne. Si concentra sul nucleo familiare, lasciando spazio alla splendida prova dei suoi attori che incarnano il tiepido vuoto della loro condizione. Katie (interpretata da una maiuscola Alexandra Lamy, attrice nota in patria per i suoi ruoli comici, che esibisce delle marcate doti drammatiche) è una giovane operaia single e madre di una bambina di nome Lisa (la piccola Mélusine Mayance dal precoce talento). Il loro corpo a corpo con le quotidiane difficoltà della vita, il loro sbarcare il lunario sembra trovare un punto di fuga quando Katie, sul luogo di lavoro, conosce e s’innamora di Paco (lo straordinario Sergi López), operaio come lei. La piccola Lisa, però, non vede di buon occhio il nuovo partner materno, trattandolo con tagliente indifferenza. E da questa relazione, intanto, nasce il pargoletto alato del titolo, vispo e prodigo di pupù, che non dà tregua ai genitori impegnati con lui fra un turno in fabbrica e l’altro. E’ Lisa, responsabilizzata ad occuparsi del nuovo arrivato, che nota i primi lividi del piumato miracolo. Katie, assai inquietata, arriva ad attribuire ai vizi etilici del partner le misteriose piaghe e Paco, accusato di tale violenza, lascia indignato la casa. Ma ecco manifestarsi l’imprevedibile, grottesco sviluppo delle ali di pollo. Madre e figlia si accorgono che il neonato è riuscito da solo a salire in cima all’armadio. Scoprono che ha spiccato il volo e che la sua incolumità va protetta con casco e tutina all’uopo. Voracissimo e pimpante, il Ricky volante va protetto da sguardi indiscreti e dal rischio che egli possa diventare fenomeno da baraccone o cavia da ospedale. Ma ecco che, in una delle sequenze più belle del film, il piccolo si mette a volare dentro il supermercato. Così, dopo aver fatto evacuare i clienti, irrompe a luci spente un manipolo di poliziotti, utile stratagemma per ingabbiare l’anomala creaturina.

Ricky, trasparente simbolo di diversità, è impersonato da Arthur Peyret che, col suo faccione sorridente, entra nell’immaginario contemporaneo, assecondato dalla regia assai musicale di Ozon, che armonizza vagiti e sentimenti con straordinario pudore narrativo. La metafora è d’impianto surrealista, ma le mutazioni alla Buñuel – Dalì ci ricordano soprattutto quelle del cinema di Cronenberg e Lynch, la stessa visionarietà tagliente, lo stesso corteggiamento del ritmo sospeso e astrattamente concreto che si ritrova in un capolavoro come Una Storia Vera. Questa elegia del fantastico quotidiano, che, sarebbe piaciuta a Zavattini, espone un finale paradossale ed evanescente, a richiamare le tonalità straniate e i sorprendenti sviluppi del romanzo di Rose Tremain, "Moth", da cui questo film epicamente accorato ha preso spunto.
A un certo punto della storia il piccolo Ricky dalle ali gigantesche diventa un caso mediatico. Per l’occasione rientra in scena Paco, prima ignaro e adesso consapevole del clamoroso sviluppo al punto da tentare un riscatto dalla propria miseria proletaria prendendo accordi per un’esclusiva da prima pagina. Ma è proprio in quell’occasione che il piccolo Ricky prende il volo conquistando la propria libertà. E la famiglia si ricompone cercando di elaborare il lutto per la prematura assenza. La speranza di un happy end si concentra nella toccante sequenza dell’incontro tra madre e figlio, in un parco di fronte: in un istante fatale, Ricky si manifesta sopra la testa della madre dentro l’acqua e il congiungersi degli elementi primari crea un fugace, magico, commovente accordo prima che il piccolo spicchi nuovamente in volo.
Ozon chiude la sua evocativa parabola mostrandoci Katie sul divano con i sintomi di una nuova, dolce attesa. Un finale disincantato e giocoso per il film più poeticamente alato dell’anno.

© 2009 reVision, Francesco Puma