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Revolutionary Road1h 56'
Regia: Sam Mendes Quando, nel 1961, lo scrittore Richard Yates pubblicò da esordiente il suo "Revolutionary
Road", aveva 36 anni. Salutato come il nuovo Francis Scott Fitzgerald, grazie a questo romanzo che tratteggia con incisive
pennellate i chiaroscuri umorali di un’epoca, Yates è riuscito a dare forma, nel solco della gloriosa tradizione del realismo
letterario, ai fantasmi che popolavano la provincia americana della propria epoca. Un riconoscimento che non si trasformò in
successo per questo autore che lottò contro la depressione, l’alcolismo e un’incipiente misantropia, finendo per assomigliare
ai personaggi smarriti dei suoi libri, spegnendosi poi, all’età di 66 anni, per un enfisema. In Italia il romanzo fu pubblicato
da Bompiani nel 1964 col titolo "I non conformisti" e ora è stato riedito in un’elegante veste grafica dalla "minimun fax"
(non lasciatevelo scappare). Diciamo subito che la pellicola derivata, diretta da Sam Mendes, è degna di quel piccolo capolavoro
letterario, attenta a restituirne le tonalità aspre e la puntuta ironia attraverso una splendida e calibrata sceneggiatura di
Justin Haythe capace di dosare gli elementi della trama minimalista incastonando ad arte le screziature di dialoghi magnificamente
scritti, dando respiro alla curatissima ambientazione d’epoca, in un’efficace dialettica che avvicenda espressivamente gli
interni e gli esterni. Revolutionary Road ha poi il merito di riproporre sul grande schermo la coppia "titanica" Leonardo
DiCaprio e Kate Winslet. Nella sua recensione su "La Repubblica", Nepoti fa bene a sottolineare: "Le performance di Leo e Kate
sono di altissimo livello; su di lui avremmo scommesso, sulla signora Winslet in Mendes un po’ meno, e siamo contenti di esserci
sbagliati". Per quanto ci riguarda, la Winslet è riuscita a smuovere la nostra ammirazione fin dalla sua prima interpretazione
in Creature del Cielo di Peter Jackson, passando per Titanic e per l’originale performance
(chissà perché poco citata) di Ofelia nell’Amleto di Kenneth Branagh. V’invitiamo a rilevare l’affilato suo temperamento d’attrice
ormai matura e la notevole gamma espressiva della sua tenuta d’interprete, peraltro straordinariamente sensuale, recuperando
il DVD dell’inedito Little Children, un capolavoro di narrazione psicologica. Riguardo al DiCaprio,
vertiginosamente cresciuto senza manierismi alla scuola del grande Scorsese, questa sua dolente interpretazione conferma le
sue doti introspettive, la sua attenzione per le sfumature psicologiche e la sofisticazione del suo singolare carisma.Il britannico Mendes si è dunque ritrovato a lavorare con una coppia ideale d’interpreti (la Winslet, è peraltro, sua moglie), confermando la sua predilezione per l’affondo nelle dinamiche familiari, i buchi neri della quotidianità che sono l’oggetto del suo fortunato American Beauty, scritto da Alan Ball (successivamente creatore della raffinatissima serie di "Six Feet Under"), riuscito teorema sul desiderio dove si fondono motivi esistenziali e derive visionarie, capaci di arricchire l’immaginario simbolico della contemporaneità, com’è accaduto per la celeberrima sequenza dei petali di rosa. In Revolutionary Road i simboli sono del tutto assenti, l’asciuttezza drammaturgica sembra votarsi alla rappresentazione realistica di piccoli e sconvolgenti sommovimenti emotivi, col contrappunto significativo della splendida colonna sonora di Thomas Newman (che raggiunge il suo diapason nei passaggi più drammatici) e con l’apporto espressivo minuziosamente ordito dall’onnipresente direttore della fotografia Roger Deakins (anche lui inglese, già al servizio dei Coen e del John Patrick Shanley de Il Dubbio, uno dei migliori in circolazione) che rende matericamente rovente l’ambientazione anni Cinquanta. L’incipit sintetizza l’incontro, durante una festa, di Frank (DiCaprio) e April (Winslet), scioltosi in un ballo accompagnato
da un sinuoso brano jazz d’epoca. Un rapido stacco ci riporta a un sipario teatrale bruscamente celato di fronte ad un pubblico
freddo per la recita non riuscita dell’addolorata April che il marito Frank incontra nel suo camerino. La tensione tra i due
trova il suo apice in una furiosa litigata durante il notturno viaggio di ritorno. Una coppia di provincia, capace di produrre
scintille che saranno foriere di futuri incendi: l’ideale è, per i Wheeler, vivere al di sopra delle proprie possibilità,
cercando spasmodicamente una via d’uscita al tranquillo incedere della routine piccolo–borghese a cui sembrano condannati. Per
tali ragioni si trasferiscono nel comodo quartiere di Revolutionary Road, nel Connecticut, in una bella e solare casa circondata,
come da tradizione, da un giardino curato dall’intrigante signora Givings (una grande Kathy Bates), una agente immobiliare
votata alla causa del proprio mestiere che è quello di dar un’illusione di concretezza al sogno americano. Lo stesso, contraddittorio
sogno della coppia protagonista che nell’agiatezza cerca lo spazio di pressanti inquietudini. Difficile appare, nella gabbia
di una medietà imperante, esibire un anticonformismo che pure sembra incipiente: il complesso Frank, con alle spalle una laurea
alla Columbia e un’esperienza al fronte, esibisce la propria virilità agli amici nascondendo i timori di non riuscire a dimostrare
il suo valore alla moglie, incastrato com’è nel suo trantran di agiato impiegato della Knox, modello d’americano ordinario che
sembra rifarsi a quello de L’Uomo dal Vestito Grigio (almeno, il personaggio incarnato da Gregory Peck nel celebre film
di Nunnally Johnson riesce a scrollarsi di dosso l’aura di mediocrità entrando nel rutilante mondo della pubblicità). Dal canto
suo, la sognatrice April elabora con difficoltà le sue frustrazioni d’attrice mancata, cercando di alimentare il proprio lato
casalingo, ma rimanendo invischiata nella rete di una condizione d’immobilità che le risulta soffocante. Fino a quando, mercé
una cartolina, scatta l’ansia per una nuova vita a Parigi, la dimensione di una liberazione felice, di una realizzazione professionale
che potrebbe consentirle di mantenere il marito, spingendo anche lui sulla strada di un rinnovamento esistenziale. Inizialmente,
i due sembrano condividere con entusiasmo la prospettiva di una salvifica fuga dal Connecticut, fino a quando l’evento di una
nuova maternità, un terzo figlio annunciato, trasforma la forza di lei in fragilità, mentre lui si rifugia nel guscio delle
proprie sicurezze d’ufficio, nella lusinga di una nuova promozione. Il dolore rappreso e le aspirazioni compresse fanno esplodere
una nevrosi prima contenuta: smarrendo la complicità, la coppia si ritrova a fronteggiarsi con odio, nel momento delicato della
gravidanza di April e nel risvolto angoscioso di un fatto bruciante capace di devastare il rapporto, imponendo un crescendo
tragico che inchioda fino all’angoscia lo spettatore.
Revolutionary Road ha una potente forza ammonitrice nel raccontarci analiticamente lo sprofondamento di desideri e
pulsioni nell’inarrestabile spirale del fallimento morale e sacrale, e questo attraverso un’essenzialità espressiva che scolpisce
rapidamente i contorni di una frustrata condizione umana. Nel mettere a fuoco le pieghe più segrete dell’identità dei due protagonisti,
il film riesce a restituirci il ritratto di un’epoca, quella del dopoguerra, fatta di euforia e paure irrazionali vissute nei
ristretti confini dei recinti familiari e incoraggiata dalla propaganda destinata alle masse. Così spiccano pure gli arguti
ritratti limitrofi dei vicini Shep (David Harbour) e Milly (Kathryn Hahn), modello negativo di monotona acquiescenza familiare,
priva di ogni slancio emotivo, per Frank e April. E accanto a loro, Zoe Kazan (giovanissima nipote del mai troppo lodato Elia)
nel ruolo dell’avvenente brunetta Maureen, sedotta e seducente segretaria del protagonista; e John, figlio dei Givings (la Bates
già citata e Richard Easton), un matematico reduce dagli elettroshock praticatigli durante una degenza in manicomio, la cui
estrosità è sintomo di uno sguardo lungo, capace di leggere eventi e persone al di là delle apparenze (è lui a dipingere con
lucidità l’anticonformismo dei Wheeler), personaggio memorabile a cui dà rilievo la straordinaria interpretazione di Michael
Shannon (visto recentemente nell’ultimo capolavoro di Friedkin, Bug, e in quello di Lumet, Onora
il Padre e la Madre), a cui auguriamo un meritato Oscar come migliore attore non protagonista.Inscritti nello scenario esemplare del cul de sac della provincia Usa (curato nelle architetture e nel design degli interni d’infondere la temperatura di una claustrofobia coatta) i personaggi di Revolutionary Road sembrano ignorare la necessità di un afflato comunicativo che sappia travalicare i limiti delle pur legittime aspirazioni personali (emblematica è la scena di Shep che tenta inutilmente di parlare ai figli rapiti dalle immagini in tv). Metafora dell’allora minacciata esplosione apocalittica, questa rappresentazione tragica di micro–implosioni devastanti si fa oggi una parabola esemplare che ci avverte della sempiterna presenza dei letali germi dell’alienazione in ogni privato microcosmo. Che assai incerti siano i confini che separano la normalità del suo contrario è la fatidica misura, progettata dalla buona letteratura e del buon cinema, con cui dobbiamo continuare a fare i conti, giorno dopo giorno, elaborando desideri troppo smisurati, per non far male all’altro che ci sta vicino. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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