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Il Resto della Notte1h 42'
Regia: Francesco Munzi Che il malessere sia una necessità "da andare a cercare" per quella classe borghese detentrice
di "fascino discreto" è l’acclarata convinzione del sommo don Luis. Nella presente era del vuoto tale fascino sembra aver perso
parecchio smalto ed appare sempre più difficile raccontare i segnali degli smarrimenti collettivi ed individuali utilizzando
l’arma buñuelliana del sarcasmo surreale. La famiglia sacrario di malessere marcescente è al centro del bel film di Francesco
Munzi, Il Resto della Notte, opera seconda presentata alla Quinzaine des Réalisateurs dell’ultimo festival di Cannes
(assieme ai pregevoli pezzi di Garrone e Sorrentino), a seguire l’apprezzato e premiato esordio di Saimir.Siamo nel Nord–Est dell’anima, territorio del borderline emotivo che coinvolge omologandoli, strati sociali sempre più sfatti e segnati dalle conseguenze di un’alienazione generante afasia emotiva ed ansia di edonismo a perdere. Da un lato c’è l’agiatezza screpolata dei nuovi indifferenti, immersi nell’isolamento della lussuosa villetta fuori mano difesa da allarmi e da mastini. Dall’altro c’è la periferica rabbia degli immigrati alla ricerca di un centro di gravità, spodestati d’identità ed ansiosi di facile affermazione a qualunque costo. Se nel precedente Saimir si descrive, con taglio alla fratelli Dardenne e retrogusto pasoliniano, la resistenza morale conseguente ad una perdita d’innocenza da parte di un giovane albanese coinvolto dal padre in uno spregevole traffico illecito di clandestini, qui si assiste allo sprofondamento progressivo nel degrado di Ionut (Constantin Lupescu) e del fratello minore Victor (Victor Cosma), entrambi rumeni costretti a sopravvivere, dentro un fatiscente appartamentino della periferia recintata, elaborando il loro spossessamento d’identità e di cultura mercé piccoli reati e squallidi espedienti, emblemi in carne ed ossa di dolore imploso ed abbrutimento indotto, da adolescenti cresciuti troppo in fretta perché abbandonati in una giungla d’asfalto che per loro prevede solamente dolorosi cul de sac. Nell’infelice crogiuolo borghese troviamo invece Silvana (una Sandra Ceccarelli assai brava nel restituire con bell’asciuttezza le vibrazioni di una nevrosi esplosiva), moglie del ricco industriale Giovanni Boarin (l’ottimo Aurélien Recoing) che la tradisce con la giovane Francesca (Valentina Cervi). Abilmente il regista inscrive la crisi individuale di Silvana, che non nasconde le proprie ferite aperte e pulsanti, connettendola
all’organica nevrosi della società soffocata dalle proprie divisioni e disparità. Emblematica è la scena d’apertura che mostra
la donna per strada, improvvisamente circondata da un gruppo di giovanissimi questuanti rumeni, difendersi ormai in preda al
panico. L’ombra del disagio trova in lei sfogo durante l’ennesima cena senza dialogo in famiglia individuando come bersaglio
la giovane domestica Maria (la straordinaria Laura Vasiliu apprezzata nel tagliente 4 Mesi, 3 Settimane,
2 Giorni) accusata del furto di un paio di orecchini spariti. Nonostante l’opposizione del marito e della figlia Anna
(Veronica Besa) che la detesta, Silvana ottiene il licenziamento della giovane rumena. Questa, dopo un inquieto vagabondare,
approda a casa dell’ex fidanzato Ionut, appena uscito di prigione. La ritrovata relazione tra i due attiva la gelosia del piccolo
Victor, morbosamente legato al fratello dopo la scomparsa della madre. Attraverso lui conosciamo Marco Rancalli (interpretato
da un prodigioso Stefano Cassetti, perfetta incarnazione d’incontinente rabbiosità ammalata), malavitoso cocainomane impegnato
a recuperare il rapporto col figlioletto Luca (Bruno Festo), sottratto legalmente dall’ex moglie ma impaurito di fronte alla
scomposta aggressività del padre (le scene dei loro disagiati incontri sono le più toccanti ed acute del film).Inanellando con perizia gli aberrati tragitti dei suoi personaggi, il regista Munzi costruisce la sua storia morale donandole una circolarità da romanzo settecentesco, fino allo sviluppo di un piano criminoso, nemesi che prevede un furto in casa della famiglia di Silvana, come risvolto da cronaca nera la cui prospettica valutazione è affidata agli spettatori. Ritratto in chiaroscuro del profondo Nord piagato dai crismi della banalità del Male le cui cause, come al solito, sono ascrivibili agli ipocriti ed inani tutori della difesa dei valori: Il Resto della Notte è il valido esempio di un’efficace via nostrana al minimalismo critico, capace di raccontare con determinazione tagliente le manifeste crepe di una civiltà allo sbando. Munzi si rivela regista sensibile e attento a cogliere i sottili sommovimenti delle psicologie esposte dei suoi protagonisti, dirigendo con generoso equilibrio gli attori. E questo film risulta rivelatorio più di qualunque je accuse sociologicamente avvertito sul malessere doloroso che riguarda tutti noi, perplessi sotto la tenda dell’italico circo. © 2008 reVision, Francesco Puma |
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