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Respiro
Regia: Emanuele Crialese Per ritrovare il senso della civiltà occorre dirigere lo sguardo altrove,
sforzarlo immergendolo nello spazio tempo puro, di un’origine o di un tempo
immobile. Crialese ha detto che voleva fissare l’occhio della macchina da presa
su un territorio ed un tempo bloccati, forse negli anni ottanta, forse in un
tempo non più riconoscibile dall’attualità che spazza territori e culture alla
velocità dei più potenti processori informatici. Cultura e storia che si
perdono, mutamenti che non sono registrati da nessuno o si accettano
tranquillamente senza domandarsi l’effetto che produrranno. Crialese ha filmato
una sorta di laboratorio terrestre: un paese lontano in tutti i sensi, un’isola
che è anche facilmente raggiungibile oggi, ma che nel passato è stata davvero
quell’isola nella quale la storia procedeva forse con solerzia inferiore. Il
contatto con l’esterno ha modificato definitivamente il suo volto. Cosicché è
impensabile vedere Lampedusa senza considerare come intrusione arrogante tutti
i segni della "nuova", "recente" civiltà umana. Quelli visibili
come i motorini e le automobili. Ma in Respiro si affrontano due
ordini di civiltà. O meglio si scontrano
diversi ordini di barbarie. La prima selvatichezza è quella dei bambini nella
lunga sequenza iniziale efferata e crudele, o solo primitiva, in cui cacciano
alcuni uccellini per divorarli con gusto in un barbecue improvvisato tra i
ruderi dell’altra civiltà in degrado. Tra i cementi, i mattoni e i laterizi, decine
di cani sono segregate per il più lurido commercio. In effetti, la presenza
della nuova civiltà - i carabinieri per esempio che appaiono del tutto
inadeguati e storditi - non nasconde l’assenza di quella originaria, una cultura
umana che si è alimentata di crudeltà quotidiane, di mentalità inossidabili, di
"monopensieri" che mai si discutono. Come se ci si trovasse di fronte
ad un edificio imponente, incorruttibile perché costruito con la complicità
miope di tutti.
Nell’orda barbarica è lecito uccidere i cani come nelle tradizionali
tonnare, è lecito distribuire il lavoro nella maniera più sterile possibile e
senza alcuna fantasia: gli uomini tutti nei pescherecci aiutati da bambini che
non ce la fanno, le donne tutte nella fabbrica dove lo stesso pesce è pulito e
inscatolato, altre dedite al piccolo commercio. È un mondo che
fatalmente si perpetua senza impedimenti forti che possano modificarne il
cammino. Grazia (Valeria Golino ancestrale e
mitologicamente significante) rappresenta la variabile impazzita che i suoi
familiari vogliono subito etichettare come malattia mentale (e internarla
fuori, lontano, in una clinica milanese). Non è strano che ogni suo
comportamento "demonico" sia fuori della regola, contrario a quell’ordine che
procede sempre e comunque verso una sola parte, l’orizzonte
che rende crudi e sterili i rapporti tra gli uomini e le donne e tutte le
creature. La Natura orfica così potentemente presente nel film non è né la
natura indifferente, né la natura selvaggia, ma soltanto lo scenario bellissimo
ed affascinante, in cui un corpo può svanire, come svanirà Grazia (e questo
nome può riferirsi ad un’opportunità redentrice per tutti). segregandosi
metaforicamente in un anfratto della terra, una bocca segreta, intima dove si
può immaginare una ultima, strenua resistenza. È una Natura che accoglie anche la
commedia umana di un paese e dell’umanità intera. Una donna, l’animo di una
sola creatura si addossa tutto il peso della trasformazione, di un "respiro"
diverso e nuovo, attraverso semplici gesti rivoluzionari, come fare
il bagno nudi o andare in barca a vela con alcuni stranieri.
Non si tratta certo della noia per la routine quotidiana, ma di un sentimento
violento e pervicace che vorrebbe liberarsi di tutti gli arbitri, delle orrende
prevaricazioni delle vittime. Fuggire, liberare i cani, nascondersi in una
grotta umida concretizzano nel film la più esemplare protesta che
ottimisticamente si chiude in quel rito propiziatorio, forse un futuro più
luminoso, con i falò che accendono il mare del bagno collettivo.
© 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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