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La terra e il male Si tende a dare per scontato che la dimensione religiosa appartiene all’anima pia, desiderosa di
assoluto, proiettata verso una realtà che comprenda e superi la dimensione terrena nella quale siamo gettati.
A questo pregiudizio si oppone ne L’Ora Di Religione il personaggio di Ernesto (Sergio Castellitto), che nell’operosità dell’uomo,
nella capacità di comprendere le ragioni dell’altro senza per questo perdere la capacità di ascoltare le ragioni del mondo, inteso
come creazione di una umanità in cerca di riscatto, trova la propria ragion d’essere e l’espressione di una religiosità che è laica
solo in una certa misura, dal momento che quello che siamo è la traduzione di un patto che ci unisce tutti nella volontà di salvare
l’uomo, di intuire nella Storia un disegno provvidenziale che non può fare a meno della nostra attiva collaborazione.Per questo cade in errore chi vede ne L’Ora Di Religione una dimensione solo umana, irrispettosa dei valori della fede, quella fede che vorrebbe sottrarre la madre al ricordo di Ernesto per trasformarla in oggetto di devozione, chiuso nell’astrazione che è necessaria affinché la terra, che è male, possa finalmente cessare di contaminarla. Ernesto non è il laico che combatte perché il futuro possa finalmente contraddire un presente che non ci assomiglia e l’odio, o forse il dolore che continua ad unirlo alla madre nel ricordo, non è la molla segreta di un desiderio di rivolta. Il sorriso che tanto gli viene rimproverato è considerazione dei limiti che accompagnano l’esistenza umana, senza che questo debba significare l’accettazione di un piano che possa fare a meno del sentimento del contrario che accompagna ogni tentativo dell’uomo di superare se stesso, di annullare in qualche modo la propria natura. Quando il Cardinal Piumini (Maurizio Donadoni) tenta di sottrarre Ernesto a se stesso, trasformando il sentimento che lo unisce alla
madre in qualcosa d’altro, in una modalità di percezione del reale, in uno strumento in grado di dettare le condizioni di una visione
del mondo non più soltanto soggettiva, in realtà vuol sottrarre l’uomo ad una condizione di solitudine che potrebbe essere parte della
sua natura. Ecco allora scattare il sorriso di Ernesto, ma non perché la materia nega inevitabilmente ciò che potrebbe superarla, ma perché l’ansia di riscatto dell’uomo è continuo superamento dei risultati raggiunti, attenzione alla sofferenza che sta anche nell’incapacità o nella difficoltà di chiudere il discorso, di arrivare a definire l’oggetto del proprio discorso. Non è, non può essere la beatificazione di una madre, fosse anche la propria, sembra dirci Ernesto con la sua operosità senza illusioni, con la sua volontà certo discutibile di espellere completamente dalla sua vita la dimensione del sacro, lo strumento di un riscatto che non sarà mai completo finché si è su questa terra, che è attraversata dal male, che è anche male, senza che questo debba essere per forza ammissione di una sconfitta o ragione di un rifiuto dei limiti che sono propri della natura umana, fatta anche di corpi che non sanno o non vogliono annullarsi in un’idea di mediocrità che tutto domina, che tutto rende simile a se stessa. © 2002 reVision, Marco Marinelli |
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