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L'Ora Di Religione1h 42'
Regia: Marco Bellocchio Utilizzare una provocazione è qualche volta necessario per scardinare le
prospettive che sono assunte nella lettura dei film a tematica
spirituale o religiosa. Robert K. Johnston, nel suo libro Reel
Spirituality theology and film in dialogue, esamina in modo penetrante
le interpretazioni fornite dalla Chiesa spesso cariche di pregiudizi nei
confronti dei film. Nota in particolare che (traduco molto liberamente):
“Fin dall’invenzione del cinema si può osservare una serie di cinque
differenti risposte teologiche al film: l’evidenza, la cautela, il
dialogo, l’appropriazione, l’incontro col divino”. Queste cinque
reazioni hanno segnato anche cronologicamente i rapporti tra Chiesa e
Cinema, Johnston sostiene la tesi che la successione delle risposte
coincide con una relativa apertura del pensiero nelle gerarchie
ecclesiastiche. Le reazioni ai film contemporanei dunque sarebbero meno
condizionate dal Dogma. L’Ora Di Religione di Marco Bellocchio pone,
innanzitutto nel titolo, l’attenzione sulla reale posizione della
dottrina cattolica in Italia. Quell’ora di religione è diventata
facoltativa, e le più recenti polemiche sono sorte perfino se sia lecito
appendere sulle pareti di un’aula scolastica il crocefisso, una
sensibilità e un rispetto che sembrano davvero appartenere a tempi
nuovi. Il discorso di Bellocchio è chiarissimo. La Chiesa continua il
suo lavoro d’attrazione delle anime, promettendo ai suoi fedeli il
Paradiso, perché la morte è sempre il più efficace spauracchio, e la
vita eterna con un po’ di pratica e di preghiere si può ottenere
facilmente. La Chiesa deve cercare nuovi santi, modelli esemplari,
strumenti perfetti per la perpetuazione del culto. La macchina
ecclesiastica non cessa di compiere tutte le sue elaborate procedure che
consentono di proclamare beato e santo chicchessia. Siamo nel campo
dell’evidenza, come nelle biografie letterarie e cinematografiche e
televisive dei vari Padri Pio o più tradizionalmente di altri santi o
del Cristo stesso. Ora è proprio questa evidenza che Bellocchio fa
vacillare, probabilmente perché la mdp coglie pornograficamente
l’insorgenza del fenomeno, valutandola attraverso il punto di vista
“alieno” di Ernesto (Sergio Castellitto), ovvero il figlio della
presunta santa; come non scorgere nella sua immediata reazione alla
notizia, tutta la sorpresa nell’espressione del volto e nelle parole. È
un’espressione che avvolge l’evento della sua totale ma concreta
assurdità: è un fatto surreale, sembra l’invenzione di qualcuno, se non
uno scherzo. È da qui che si può leggere anche la serie di sorrisi di
Ernesto. In effetti, quando incontra alcuni personaggi è colto da un
sorriso di sgomento, è un sorriso che descrive l’ineffabilità
dell’evento che sfugge completamente al minimo principio razionale (un
principio al quale il figlio Leonardo non rinuncia quando chiede al
padre come fa Dio ad essere in ogni luogo).
La scena dell’incontro
inatteso con un prelato, che giunge fino all’abitazione di Ernesto per
fargli alcune “importanti” domande, introduce il film a quella
dimensione fantastica e anche fatiscente della deriva mentale per la
quale ogni sequenza, che è prevalentemente un momento percettivo in
soggettiva della vita di Ernesto, si colora di fantastico, di una
dimensione irreale oscura, tanto più è grottesca la rappresentazione
della cupidigia umana, indifferente ad un’autentica etica e profondità
dell’anima. Così entriamo nel discorso politico di Bellocchio: la
denuncia esplicita degli interessi beceri che muovono le canonizzazioni
e le vili complicità che si sviluppano. Un affare di miliardi,
un’opportunità danarosa per tutti quelli che entrano nel giro. Non a
caso è proprio Maria, la zia di Ernesto, che sostiene la necessità per
la famiglia Picciafuoco di riprendersi dall’oblio, attraverso le leggi
dell’appartenenza, unica vera chiave di volta per guadagnarsi posizioni
vantaggiose in società. Nel mirino non c’è solo la Chiesa, ma tutti i
modelli di appartenenza, legati a codici di comportamento, istruzioni
per l’uso e così via. Esemplare in tal senso è l’inverosimile duello
ottocentesco, al quale Ernesto parteciperà, indotto da un delirio che
imprevedibilmente lo attira come un gioco perverso, con tanto di
rituali, la scelta dell’arma, l’inizio della sfida con le lame delle
spade che s’incrociano. E a parte quest’episodio indicativo, tutta
l’ambientazione, perfino l’abitazione di Ernesto, ha un carattere
perturbante o almeno lascia trapelare un substrato onirico che
repentinamente può pervadere l’intero ambiente, come suggerisce il
fumetto disegnato al computer, gli scarabocchi sopra le foto di alcuni
monumenti romani, che infine occupa totalmente lo schermo.L’Ora Di Religione diventa il film con cui il laico Bellocchio, ma anche qualunque laico, palesa la sua identità estranea ad ogni tipo di partecipazione misterica. La fede non può rivelarsi attraverso quella volgare iconografia tronfia che trova il suo culmine nel telone in cui è raffigurata la neo santa e nondimeno nella messa in scena del set fotografico, ma in una dimensione intima che si avverte appena nella piccola incrinatura della voce o in quell’urlo tutto imploso nella schizofrenica bestemmia. © 2002 reVision, Andrea Caramanna |
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