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Il Regista di Matrimoni

1h 47'

Regia: Marco Bellocchio



Ieri e oggi, più che mai, la frontiera tra verità e ipocrisia è agitata dal modo di fare e vedere immagini. Una questione etica ed estetica. Che Bellocchio ci sbatte in faccia con tutta la violenza possibile. C’è un riferimento essenziale alla visionarietà surrealista, che vorrebbe uno spettatore attento, critico, nei confronti della realtà, uno spettatore che è anche attore, motore delle immagini e degli immaginari. L’utopia bretoniana della capacità di agire in libertà di pensiero: "l’automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente che in ogni altro modo, il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale". Che era il cinema di René Clair, dell’intermezzo Entr’acte.
Nell’ultimo film di Bellocchio la parola "intervallo", non ricorre solo nella predetta citazione, ma in altri modi come l’orologio immobile, laddove l’orologio senza lancette, magia della diffusione d’immagini, è anche la copertina di un testo fondamentale di Gillo Dorfles: "L’intervallo perduto". Dorfles, riflettendo su alcune modalità dell’intervallo nel processo creativo, sostiene che soltanto le opere dotate di una cosciente utilizzazione dell’intervallo possono sperare in un recupero di creatività nel periodo attuale ed anche in futuro. Per questo la citazione di Entr’acte ci illumina subito sul senso profondo, intimo di Il Regista di Matrimoni.
Film che è progettato su discontinuità, irregolarità che non consentono la lettura classica, continua e quindi mummificata del testo. Al contrario, i vari stimoli, anche se programmatici, insistono sul lavoro di rottura di sensi, sparsi senza chiarificazioni aggiunte (potremmo ad esempio citare la scena in purissima libertà dei cani che s’aggirano dentro il palazzo), sono il punto di partenza per un’esplorazione immaginifica fuori dalla routine.

In questo c’è il lavoro "pesante" di un fare cinema che s’arrovella tra soggetti e casting. Nella parte iniziale il regista Franco Elica/Sergio Castellitto si abbandona alla ricerca senza tempo del materiale visionario, prima ancora della successiva progettualità del film che può procedere facilmente per strade diverse. Anche nel più ordinario film di matrimoni troviamo scarti e incidenti che sorprendono il reale così com’è, non importa allora ricostruire una scena reale, ma fantasticarla, immaginarla completamente diversa: Elica che fa andare avanti e indietro sulla spiaggia la coppia di sposi e poi immagina una scena sensuale quasi hard, molto lontana dalla morale comune. Ma è solo un gioco.
In effetti, Il Regista di Matrimoni è per fortuna opera di giochi, suggestioni, come il funerale di Clair, laddove intervengono in perfetto contrappunto le stimolazioni sensoriali acustiche di Riccardo Giagni.
Bellocchio prende spunto da qualunque oggetto vivente e non: la villa dei mostri a Bagheria, o lo sfondo cartolina di Cefalù, il volto ambiguo di un aristocratico siciliano d’altri tempi, il mistero di una donna che deve sposarsi, l’ispirazione letteraria dei Promessi Sposi che aggiunge la dimensione di immobilità del pensiero, risultando una misura fantastica con la quale si scontra la volontà di superamento, la forza del pensiero, la tensione verso qualcosa che trascenda la miseria dell’uomo (che era la stessa tensione del romanzo manzoniano), per la quale i morti sono sempre lodati, non è che realmente comandino, ma questo è un vizio universale.
Bellocchio è consapevole che soltanto il percorso delle "discontinuità" è possibile, al di là degli elementi, quasi scontati, come i riferimenti alla storia della produzione cinematografica in Italia, sorta di dovuto j’accuse contro tutte le conventicole, le inestricabili ipocrisie moralistiche che non ci permettono neanche di girare un filmino matrimoniale con maggiore audacia, e la presenza di Gianni Cavina, attore avatiano, è il segno tangibile di rivalità mai sopite. In fondo Il Regista di Matrimoni è un film sul coraggio che ci manca...

© 2006 reVision, Andrea Caramanna