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Nella Morsa Del Ragno

Along Came A Spider - 1h 40'

Regia: Lee Tamahori



Tra le innumerevoli variazioni al tema del serial killer senz'altro Along came a spider costituisce un esempio, non molto stimolante tuttavia, di scrittura intorno alla confezione con episodi nel racconto che servono a creare sia lo spettacolo sia il ritmo e la tensione a un livello di sufficiente respiro. Segno che il regista Lee Tamahori, celebrato e ricordato per il focoso Once Were Warriors ha abdicato alle tecniche di sceneggiatura. E lo screenwriter Marc Moss si è affidato al consueto romanzo: in questo caso l'autore è James Patterson, scrittore anche de Il Collezionista, adattato sullo schermo dal regista Gary Fleder.
Ancora una volta potremmo costruire un'analisi intorno al dispositivo filmico della suspense: se essa sia direttamente traducibile dalle parole della pagina scritta ai segni filmici. Dispositivo della suspense che funziona per i film solo a patto di costruire visioni, strategie dello sguardo che devono lottare con personaggi e storie messe in scena per tirar fuori quel briciolo di mistero e bellezza. Per approdare non diciamo a uno stile originale, ma quantomeno a una minima retorica di inquadrature e sequenze. Ma l'unica prova di sottrazione, di deriva dal plot sembra quella di Morgan Freeman, che attraverso una prodigiosa corporeità rappresenta l'espressione di distacco dal racconto e al contempo una totale immersione, mantenendo una dimensione autonoma, descrivendo un ritratto autentico, risultando una sorta di soggetto mitopoietico, l'idea del detective, della mente che funziona per teorie deduttive raccogliendo il piccolissimo particolare. E lavorando all'interno di una simbologia segreta.

In questo senso il momento più emozionante del film, ma lo scopriamo solo alla fine per il colpo di scena, è il faccia a faccia tra Alex Cross (Freeman) e l'agente Jezzie Flanigan (Monica Potter). Quest'ultima si espone all'analisi psicologica del detective, per un tempo brevissimo (la sequenza si riduce a pochi secondi), episodio trascurabile per il copione. Ma può anche darsi che il detective Cross abbia visto nel volto della donna, già in quel momento, qualcosa di molto interessante per il prosieguo delle sue indagini.
Questa prospettiva, in termini deleuziani, è come se ponesse uno scontro diretto tra immagine azione e immagine affezione. Se volessimo utilizzare una metafora per interpretare anche la hollywoodizzazione di Tamahori, che era un regista della distanza e della percezione visionaria, diremmo che nello scontro vince il racconto che spiega tutto attraverso l'immagine azione. In definitiva anche il film, non sappiamo il romanzo di Patterson, sembra stufarsi della prospettiva del serial killer, di ogni sua espressione distorta, di ogni delirio assassino (ed è questa esplorazione che hanno fatto più o meno tutti i film focalizzati sulle figure di assassini seriali), per abbracciare l'intrigo poliziesco, se non addirittura il tema della cospirazione e dei servizi segreti deviati e corrotti. Tema attualissimo, ma nel film si sente il fardello gravante sugli interpreti di questa brusca deviazione alla quale sembra salvarsi solo l'imperturbabile Freeman.

© 2001 reVision, Andrea Caramanna



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