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Ragazzi MieiThe Boys Are Back - 1h 42'
Regia: Scott Hicks Clive Owen sfoga da solo un lancinante dolore per la repentina perdita della seconda moglie:
il contrasto che alimenta la tragedia è tutto nel solare paesaggio australiano che fa da sfondo a questa vicenda, al mélo
intimista diretto con controllato pudore da Scott Hicks, il regista di Shine, La Neve Cade sui
Cedri e Cuori in Atlantide (nella seconda parte, un intermezzo è ambientato in
Inghilterra). Non sempre il paesaggio interiore coincide con quello naturale: la prospettiva esistenziale è sempre frastagliata
e contraddittoria ed è la logica degli eventi a rovesciare prospettive acquisite e a frantumare certezze. Joe (il citato Owen)
è un giornalista sportivo che di punto in bianco si ritrova vedovo. Un flashback iniziale (a seguire la sequenza d’apertura)
ci racconta l’improvviso malore di Katy (Laura Fraser), un letale e implacabile cancro all’intestino. Dal torpore dell’agonia
alla morte il passo è breve, come dal giorno alla notte. Il film, presentato al Toronto International Film Festival dell’anno
scorso nella selezione ufficiale, si basa sulle memorie di Simon Carr mercé un copione firmato da Allan Cubit.Il minimalismo ispirato di questo teorema su una rigenerazione possibile è in grado di condurre un’esperienza: quella di un uomo improvvisamente indebolito, responsabilizzato da una perdita lancinante che, pur continuando a lavorare, deve assumersi una responsabilità di padre, tenendo con sé il piccolo Artie (Nicholas McAnulty) di sei anni, aiutandolo a superare il trauma della scomparsa materna, una responsabilità che non si è mai assunta con il primogenito Harry (George MacKay), avuto dalla prima moglie in Inghilterra e da lui abbandonato a sei anni, in seguito ad una separazione nata dall’incontro con la defunta fantina Katy. Implacabili geometrie familiari: Harry aveva la stessa età del neo–orfano Artie quando il padre l’ha abbandonato per trasferirsi in Australia. Adesso l’uomo cerca di riparare al danno compiuto, sottraendo il nuovo figlio ai nonni e facendo arrivare il suo primogenito, ormai adolescente, dall’Inghilterra per tentare di rifondare su nuove basi il devastato nucleo familiare. L’impresa si rivela ardua e il film racconta con analitica dedizione i delicati passaggi emotivi di questa difficile relazione, le reazioni contrastanti, le debolezze e le cadute quotidiane di un recupero estremo. Nonostante la buona volontà Joe fatica a gestire gli incontrollati riflessi del piccolo Artie,
la sua nevrotica sofferenza provocata dal vuoto materno, le sue reazioni ingestibili stemperate solo dal contatto dell’acqua
nella vasca, occasione ludica per il padre di suscitare una solidarietà che non basta placare il dolore. La rabbia affiora
imprevedibilmente fino a provocare un’afasia (lo sguardo del piccolo smarrito nel vuoto) che ha la stessa qualità di quella
di Harry, l’altro figlio, nutritosi in un rancore che si è fatto endemico. L’ordine familiare diviene una meta impervia per
Joe, Sisifo dei nostri giorni. Anche l’amicizia che nasce con la separata Laura (Emma Booth), la dolce e bionda madre della
piccola Lucy (Nakia Pires), compagna di classe di Artie, non produce gli effetti sperati. L’ansia di Joe lo fa irresponsabile,
i suoi nervi scoperti lo dispongono a un disequilibrio che cozza contro l’atteggiamento introverso di Harry che passa le sue
giornate in solitudine chattando su Internet e suonando la sua chitarra. Quando Joe parte da inviato per un campionato di tennis
e l’ordine è affidato al suo primo figlio, la situazione precipita e un’orda di adolescenti invade, autoinvitandosi, la casa.Ragazzi Miei esplora, con intelligente piglio analitico e narrativo, i sommovimenti tellurici dei rapporti generazionali, dei ruoli mancati, delle incomprensioni irrimediabili. Davvero gli errori originari posso essere riparati? Si può ricominciare da zero un tragitto esistenziale? L’esperienza, anche tragica, rende veramente più forti? Il regista Hicks non azzarda soluzioni e pone domande taglienti con intelligente spirito critico. Trova il suo perno in una toccante interpretazione di Owen e nella delicata colonna sonora di Hal Lindes a cui si aggiungono le suggestive canzoni dei Sigur Ros. Un film piccolo e necessario, distribuito dalla Walt Disney in piena estate, che racconta una storia semplice di dolore e di fatica affettiva (anche se le apparizioni della moglie defunta che dispensa consigli e dona conforto risultano una forzatura), con belle notazioni psicologiche incentrate sullo spaesamento adolescenziale. La fotografia di Greig Fraser si rivela un po’ patinata nell’immortalare i paesaggi australiani, ma il film ha un suo fondo di generosità e sincerità capace di conquistare e di far riflettere. © 2010 reVision, Francesco Puma |
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