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Rachel Sta per Sposarsi

Rachel Getting Married - 1h 51'

Regia: Jonathan Demme



Ogni tanto capita di imbattersi in un film straordinario come questo: purissimo come il cristallo, fragile ed insieme potente (come il sound rock di cui è impregnato) che fa gelare il sangue dall’emozione solamente attraverso un semplice gioco di luci naturali che, filtrando dalla finestra, illumina la malinconica identità della protagonista. Di tale qualità, intensa ed essenziale, è fatto Rachel Sta per Sposarsi, piccolo grande capolavoro di Jonathan Demme tornato alla fiction dopo una lunga parentesi documentaristica che ci ha regalato, tra l’altro, il fondamentale film concerto Neil Young: Heart of Gold e il commovente ritratto di Jimmy Carter in Man from Plains (passato l’anno scorso a Venezia ed ancora rimasto inedito da noi). Demme è uno di quei cineasti capace di lasciare segno con le sue opere che rielaborano modernamente la lezione della Nouvelle Vague (ricordiamoci che il sottovalutato The Truth about Charlie, remake del celebre Sciarada di Donen, è riempito dallo spirito di quella "nuova onda") assieme agli umori più indipendenti e sperimentali di John Cassavetes e Robert Altman. Cinema delle idee, flagrante ed autentico nel suo sondare le pieghe più nascoste della realtà con leggerezza e gusto. Anche in questa prova risalta l’encomiabile direzione degli attori (l’intero gruppo recitativo è da urlo) e l’utilizzo della musica dal vivo che fa da contrappunto alla narrazione donandole respiro, densità e ritmo. Con una sceneggiatura firmata dall’esordiente Jerry Lumet (figlia del grande Sidney), giovane e miracoloso talento, con dialoghi perfettamente serrati e calibrati in grado di condurre emozione e riflessione, Demme ci regala una prova di straordinaria introspezione, l’accurato affondo di un chirurgo del cinema capace di dare rilievo ad uno dei più autentici e rivelatori ritratti femminili visti di recente sullo schermo.

Al centro della storia c’è Kym, giovane tossicodipendente testarda ed egocentrica, irreparabilmente votata all’autodistruzione che non perde occasione per provocare litigi, pur essendo stata appena dimessa da un centro di recupero. A restituire le ombrosità nevrotiche di questa figura drammaticamente ancorata ad esperienze di traumi passati e mai elaborati, troviamo Anna Hathaway (un tempo "piccola principessa" di due film targati Disney da lei interpretati insieme alla obbediente fata de Il Magico Mondo di Ella ed in seguito moglie di Jake Gyllenhaal ne I Segreti di Brokeback Mountain oltre che aspirante giornalista neolaureata ne Il Diavolo Veste Prada). L’attrice, che troviamo splendidamente maturata, regala al proprio ruolo una fragilità sofferta ed un disequilibrio commovente con i quali è impossibile, da spettatori, non entrare in sintonia. Dopo la propria esperienza di disintossicazione, Kym rientra a casa per assistere ai preparativi del matrimonio della sorella Rachel (Rosemarie DeWitt, giovane attrice di grande caratura, nota in televisione ma non ancora rivelatasi a cinema, peraltro nipote di Jim Braddock, pugile la cui vicenda è raccontata da Ron Howard in Cinderella Man) che andrà in sposa a Sidney (Tunde Adebimpe, attore, cantante, animatore, presenza assai di rilievo), un elegante ed intelligente uomo di colore che di mestiere fa il produttore discografico. Così Kym si ritrova nuovamente in una famiglia che la ama, modello di quell’evoluzione sociale il cui progressismo appare lontano anni luce dal ritratto borghese di Stanley Kramer in Indovina chi Viene a Cena?. Paul (Bill Irwin), il padre delle due ragazze, è un importante uomo di successo dell’industria discografica. Separatosi da Abby (Debra Winger), si è risposato con Carol (Anna Deavere Smith) diventando l’affettuoso genitore che, con comprensione, accoglie felicemente la sua smarrita Kym. In questo contesto che evoca atmosfere musicali, si aggiungono altri componenti delle due famiglie, gli amici della innamorata coppia di sposi, anch’essi dei musicisti. E’ come se in tale dimensione, la metafora musicale indicasse il potenziale evocativo della vicenda: il contrasto tra Kym e il ritrovato nucleo familiare, durante il week-end delle prove del felicisssimo matrimonio di Rachel, è il fulcro drammaturgico ideale per evidenziare l’ondivago svolgimento di emozioni contraddittorie e di affezioni sospese. Appare così, in tutta la sua devastante caducità, la durezza del passaggio di Abby, risposatasi con Andrew (Jerome LePage), che reca i segni di una tragedia passata (alla quale deve, in parte, il traumatico divorzio) e che ancora provoca in lei la scontrosa disaffezione per le figlie.

Con il notevole contributo del direttore della fotografia Declan Quinn (già collaboratore di Demme nel documentario su Jimmy Carter), che sa come valorizzare plasticamente le luci naturali del set reale, e lavorando con consapevolezza lo splendido sound prescelto, il nostro grande autore sviluppa il proprio teorema familiare con gusto raffinato, utilizzando la macchina da presa con straordinaria fluidità espressiva. E’ come se gli avvenimenti di quel week-end decisivo si svolgessero mentre uno sguardo nascosto ne inquadrasse il divenire, fenomenologicamente enigmatico. E così accade per lo sviluppo dei personaggi. Osserviamo la felicissima performance della ben ritrovata (su grande schermo) Debra Winger, coi capelli leggermente imbiancati ed il sorriso appena accennato, che per tutto il film sembra covare il rancore malinconico, frutto di passata esperienza, fino a quando, verso la fine, si scioglie in un commovente abbraccio con l’ex marito Paul dopo che i due si sono aspramente confrontati con un gioco di gesti il cui silenzio sostituisce le parole. Poi c’è la rabbia della disadattata Kym che esplode durante le accese discussioni con la sorella Rachel alla quale rinfaccia colpe passate. Per non parlare poi del doloroso confronto tra Kym e la madre, risolto in una sequenza ipnotica e viscerale che rimanda all’intensità mélo de Lo Specchio della Vita di Sirk. Rivelatoria di uno struggente momento di tenerezza è la sequenza della vasca da bagno, quando Rachel pulisce le ferite della sorella Kym provocate da un incidente automobilistico, un gesto rituale che annuncia l’evento della cerimonia nuziale. Magistrali sono poi i passaggi tonali tra il clima della pax familiare ritrovata e il dramma che affiora come escrescenza dell’esperienza passata: la gara del lavaggio delle stoviglie tra suocero e genero si conclude con la raggelante rivelazione scaturita da una scritta dentro un piatto. Risulta chiaramente quanto Demme, nel raccontare con particolare acutezza questa tranche familiare che è metafora dei piaceri e dei dolori del vivere, voglia parlare delle residue possibilità che il cinema continua ad avere di trasfigurare il reale. Così, durante la cerimonia nuziale scoviamo tra gli ospiti, il padrino spirituale del regista, il grande Roger Corman che appare con tanto di telecamera in mano, accanto al reverendo Robert W. Castle, che celebra le nozze di Rachel e Sidney (sotto il segno del meraviglioso Neil Young) che, nella realtà, è un ministro della Chiesa episcopale cugino di Demme. La festa esplode in un trionfo di euforica multietnicità grazie al contributo della colonna sonora originale affidata al virtuoso violinista palestinese Zafer Tawil e al sassofonista jazz Donald Harrison, Jr (che durante la cena fa un importante discorso). Rilevante è pure l’esibizione del cantautore e chitarrista Robyn Hitchcock che suona e canta con l’inconfondibile timbro dopo la celebrazione nuziale (lo ricordiamo nella parte di un agente doppiogiochista in The Manchurian Candidate) e quella del figlio di Jonathan, Brooklyn Demme, che con la chitarra elettrica esegue una suggestiva marcia nuziale.
Impastando magistralmente notazioni e presenze autobiografiche, Rachel Sta per Sposarsi è un suggestivo affresco tratteggiato con scrupolosa cura da un filmmaker in stato di grazia, attento a conservare la propria purezza di sguardo, quello stupore per le cose belle e brutte delle passioni e del dolore, materie spurie alle quali solamente i grandi film come questo sanno regalare quella speciale, miracolosa densità che chiamiamo comunemente "poesia".

© 2008 reVision, Francesco Puma