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Cose Di Questo Mondo
In This World - 1h 30'
Regia: Michael Winterbottom
"Sono venuto a piedi, e a piedi ripartirò. / Lo straniero senza denaro deve andarsene. / Anche il bimbo senza giochi deve andarsene. / Questa sera, il mio maledetto
esilio cesserà / e la tavola vuota lo sarà per sempre. / Sono andato errando sotto tutti i cieli, soffrendo. / Sono proprio io che tutti hanno potuto vedere, errante. /
Ho deposto sulla terra tutto ciò che non ho mai avuto, e parto. / Sono venuto a piedi, e a piedi ripartirò."
(poeta esule afgano, da In Afghanistan di Moshen Makhmalbaf, Baldini e Castoldi)
Quando arrivano sulle nostre coste riusciamo a vedere solo facce stanche e occhi troppo carichi di orrore per contenerlo, vediamo
corpi che si trascinano e che scompaiono dentro pullman o ambulanze piantonate dalla polizia. Poi più niente, a parte qualche flebile notizia di come trascorrono il
loro soggiorno nel nostro Paese, in campi d'accoglienza che dell'accoglienza non hanno nulla, nemmeno l'intenzione di mostrarla come tale a chi riesce ad entrarvi per
monitorare la qualità della vita di questi posti di cui dovremmo perlomeno vergognarci.
Il percorso dei rifugiati (politici o non politici è sempre una necessità che li conduce verso un viaggio che nessuno vorrebbe fare) è un attraversamento di gironi
infernali di cui nessuno di loro conosce la reale entità, almeno fino a quando si trovano nel mezzo di un confine oltre al quale la sopravvivenza diviene lusso.
Michael Winterbottom è riuscito a farci attraversare questi gironi, ma, come sempre accade, quello che "viviamo" è solo un riflesso, 90 minuti angoscianti da cui si
esce con estrema facilità: basta prendere la porta e tornare a casa, alle nostre occupazioni. Tentare di forzare al massimo il mezzo audiovisivo, quel tanto che basta
per farci entrare la realtà, è una lotta contro i mulini a vento che solo pochi filmmaker hanno l'ostinazione di affrontare, riuscirci è impossibile, avvicinarvisi è un
atto di responsabilità verso se stessi e soprattutto verso chi si racconta.
Duecento ore circa di girato realizzato in ambienti ostili, cocciutamente voluto nonostante i tempi storici in cui ci troviamo, Cose Di Questo Mondo è stato ideato
ben prima dell'11 settembre 2001, anzi la partenza per raccogliere informazioni doveva svolgersi in quei giorni. Winterbottom e Grisoni, lo sceneggiatore, scelgono comunque
di partire in novembre per il Pakistan. Dopo numerose traversie il film è girato quattro mesi dopo quel 11 settembre in Pakistan, Iran e Turchia.
Si sceglie di realizzare il film in digitale leggero perché la videocamera rimane accesa tutto il giorno o tutta la notte secondo le esigenze, niente illuminazione artificiale,
nessun attore, nessuna sceneggiatura - solo una bozza di una trentina di righe.
E' la terribile odissea di Enayatullah e Jamal, due ragazzi profughi afgani del campo di Shamshatoo a Peshawar, Pakistan. Partono per Londra cercando un futuro diverso.
Li attende un viaggio via terra in mano a contrabbandieri di esseri umani, sconosciuti a cui consegnano i loro soldi e le loro vite, tra lingue ignorate che devono imparare
in fretta e un occidente che si avvicina progressivamente dall'Iran e che appare per la prima volta nelle strade di Istanbul. Ecco il percorso: dal campo profughi fino a
Quetta in pullman; da Quetta fino in Iran su un camion e poi su un pullman dove saranno scoperti dall'esercito iraniano e rimandati in Pakistan; li ritroviamo su un pullman
verso Teheran, Iran; in auto fino a Maku, villaggio curdo di frontiera; attraversamento del confine turco a piedi tra la neve delle montagne; in camion fino a Istanbul;
in un container su una nave fino a Trieste; in treno per il campo profughi di Sangatte, Francia; nascosti sotto un tir per attraversare il tunnel della Manica e arrivare in Gran Bretagna.
Durante il viaggio Jamal e Enayatullah trovano comprensione solo tra i curdi - quanti di loro hanno intrapreso quello stesso
viaggio? - dove donne amorevoli li trattano come figli, dove un bimbo gli compra le scarpe nuove. Il resto è fatica, nostalgia, solitudine, rari momenti di spensieratezza
grazie a Jamal che prima di dormire racconta storielle.
Tranne nei pochi momenti di calma - tra cui Istanbul, dove Jamal e Enayat fanno amicizia con una giovane coppia iraniana con un bambino di nemmeno un anno, anch'essi in
"viaggio" -, la camera a mano è in perenne movimento: sobbalza sulle strade pietrose, si muove convulsa tra la folla, cerca una via di uscita nel container, si trascina
tra le neve. Nei due momenti più drammatici si mette fortemente alla prova il limite tra finzione - o per meglio dire ricreazione - e realtà. Sulla neve tra le montagne
la camera segue totalmente al buio i due ragazzi e il loro giovane accompagnatore, visibili come sagome luminose e fluttuanti che arrancano nel gelo, dove incontrano
contrabbandieri - di cui si vedono solo i piedi e le zampe dei cavalli - e un posto di blocco. Nel container, appena illuminato dalla fioca e intermittente luce di una
torcia in mano ai personaggi, l'angoscia dell'ignoto è fatta di sballottamenti, di rumori esterni, per poi lasciare spazio alla tragedia delle urla e delle mani che bussano
con violenza le pareti. Infine quel lungo vortice di luci che è il tunnel sotto la Manica per Jamal, accucciato sotto un tir.
Quell'ostinazione di cui parlavo ha prodotto un film che sembra un documentario che invece è finzione, talmente verosimile da farci dimenticare per lunghi tratti la
presenza di un regista che pure c'è con il suo stile, con le sue scelte. Un film importante, al di là dell'eccezionale tassello che rappresenta per il cinema cosiddetto
realista.
Finzione e realtà. Jamal, dopo aver lavorato al film, è tornato come clandestino a Londra dove gli è stato dato il permesso di rimanere fino al compimento del suo diciottesimo compleanno.
© 2003 reVision, Emanuela Liverani
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