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Questione di Cuore

1h 39'

Regia: Francesca Archibugi



Qual'è l’immagine di Roma che appartiene alla memoria del cinema? Quella "aperta" dei neorealistici affondi o quella dolce e sorniona e poi caotica evocata con addolorata e profetica passione da Fellini? Il suo crepuscolo ce l’ha descritto l’ultimo Sordi del vetturino Nestore con l’omaggio alla ferina anima perduta che fu di Aldo Fabrizi e della grande Magnani. Una cosa è certa: la città eterna non la si può che descrivere di pancia, ossia con partecipazione emotiva (o con passione intellettuale), ossia col cuore. Con quel cuore evocato dal titolo del nuovo film di Francesca Archibugi, cineasta pasionaria che ha sempre mostrato una certa, speciale empatia per le dinamiche sentimentali ed emotive, specie quando espresse dal mondo liminare dell’infanzia e dell’adolescenza, utile ad enucleare un punto di vista primigenio ed epifanico sulle cose e sulle persone, la dimensione umana che abita le contemporanee ed alienate megalopoli sprofondate nel caos della post–modernità.
La regista romana, classe 1961, ci regala un’altra storia semplice, minimalista ed evocativa, che parla della sua città e di un piccolo vortice interiore i cui protagonisti sono due amici e una donna legati a doppio nodo da forme d’amore e di affetto travalicanti e contraddittorie. Questione di Cuore fa a meno dell’articolo e indugia alla metafora, esibendo un taglio narrativo sorprendentemente asciutto ed un’irresistibile, malinconica ironia. Il film liberamente tratto dall’omonimo romanzo di Umberto Contarello (già autore di copioni per Mazzacurati, Salvatores, Piccioni, Placido e Amelio) ha per teatro una porzione di Roma iconograficamente riconoscibile perché resa mitologica dai grandi maestri. Impossibile non ricordarsi la via Fanfulla da Lodi immortalata dal poeta delle borgate Pasolini nel fulminante esordio di Accattone, o il quartiere del Pigneto divenuto simbolo della romanità, coi suoi squarci svelati da Germi e Rossellini. E’ proprio nel cuore del Pigneto che la Archibugi sceglie di ambientare la sua sfumata eppure limpida storia di amicizia, adombrando inquietanti spettri esistenziali come la malattia e la paura della morte.

In una notte come tante altre, due uomini vittime d’infarto, si ritrovano ricoverati nello stesso ospedale. Il primo, Alberto (Antonio Albanese) è uno sceneggiatore di successo ansioso e a tal punto ipocondriaco da scegliere di ricoverarsi, l’altro, Angelo (Kim Rossi Stuart), è un giovane carrozziere con la passione per le macchine d’epoca colto da improvviso malore. Due vittime dello stesso morbo, quello dell’alienazione, s’incrociano in sala di rianimazione, si riconoscono, fanno amicizia. Il loro è un legame solido, in grado di superare le barriere di classe e di condizione sociale (lo sceneggiatore è un benestante, mentre il carrozziere sbarca il lunario al Pigneto, ma presto la loro situazione economica si capovolgerà). Lo spaesamento provocato dal dolore e dalla paura genera un afflato capace di durare. E una volta dimessi dall’ospedale i due si rincontrano, grazie ad Alberto, le cui escandescenze hanno messo in crisi l’instabile rapporto con la devota fidanzata Carla (Francesca Inaudi), e che per questo trova, nella dimensione esistenziale del suo nuovo amico, un rifugio per lui rigenerante. Dal canto suo, Angelo tenta di mantenere l’equilibrio familiare con l’attraente moglie Rossana (una bravissima Micaela Ramazzotti), ancora gravida dopo aver messo al mondo la figlia adolescente Perla (Nelsi Xhemalaj), in rabbioso conflitto con lei (e col mondo) e il più fragile, giovanissimo Airton (Andrea Calligari), traumatizzato dal malore paterno al punto da coltivare una precoce paura della morte. Ad alimentare il paradosso della convivenza tra i due amici c’è il contrasto tra il coscienzioso travaglio di Angelo e l’irresponsabile atteggiamento di Alberto che, pure confortato dal clima domestico della nuova sistemazione, elabora con disinvoltura la propria crisi creativa (che cerca l’occasione dell’incontro con una realtà da raccontare: un altro Neorealismo?), sperperando energie in relazioni instabili come quella con l’infermiera Loredana (Chiara Noschese). Tutto sembra sfaldarsi fino al drammatico risvolto che vede la malattia del giovane carrozziere aggravarsi al punto da richiedere un intervento che ha le caratteristiche del gesto riparatorio.

A rendere solido e composto questo esercizio di equilibrio narrativo, calibrato quando impasta con sapienza toni drammatici ed ironici, c’è il bell’utilizzo dei due interpreti principali, attori dotati entrambi di sensibilità speciale. Albanese aderisce con vibrante intelligenza al personaggio del suo sceneggiatore, fisicizzando con misura i suoi capovolgimenti emotivi ed evidenziandone la disarmante debolezza pronta però al riscatto in extremis; Rossi Stuart interiorizza con aggraziata ironia lo spaesamento di Angelo, emblema di una condizione di precarietà non solamente sociale (la sua fragilità cardiaca è una metafora evidente). E la Archibugi, sensibilissima direttrice d’attori (a cui regala dialoghi lavorati con estrema cura) recupera per un cameo, la maschera sorniona ed addolorata di Paolo Villaggio per il ruolo dell’avvocato Renato, mentre concede una serie di divertenti camei ai colleghi Paolo Sorrentino, Paolo Virzì e Daniele Luchetti, come visitatori in processione al capezzale dell’amico sceneggiatore Alberto. Altre irruzioni ospedaliere sono affidate a Stefania Sandrelli e ad un Carlo Verdone che si diverte (divertendoci) a giocare con l’ansia compulsiva, tipica dei suoi personaggi, attraverso una irresistibile performance da nuovo mostro.
Se il modello di questa esemplare commedia – che ci parla dell’attuale condizione lancinante con la quale un po’ tutti siamo costretti a convivere, spesso sciupando le occasioni più preziose che potrebbero attivare salvifiche relazioni con gli altri e con noi stessi – è sicuramente quello di un film francese di un paio di stagioni fa, Il Mio Amico Giardiniere, appare originale il rapporto tra personaggi ed ambiente che l’autrice tende a sottolineare, in una chiave per nulla neutrale di racconto morale, teso a dimostrare fino a quale segno è giunto il contemporaneo degrado e come per niente vane risultino, a conti fatti, gli sforzi di resistenza delle rimanenti risonanze umane presenti in ognuno di noi. Per narrare tutto ciò occorre un talento votato alla grazia ed alla misura, in questa occasione dispiegata con la necessaria sensibilità e col conforto dei sottili ed evocativi contrappunti della colonna sonora firmata da Battista Lena, marito della regista, musica utile ad irrobustire questo ispirato e necessario esercizio di stile dalla cui visione si esce confortati ma non consolati.

© 2009 reVision, Francesco Puma