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La Foresta dei Pugnali VolantiShi Mian Mai Fu - 1h 59'
Regia: Zhang Yimou Il cinema di Zhang Yimou ha ormai una prospettiva planetaria
da blockbuster. Sotto l’egida occidentale il cineasta cinese è fagocitato dalle
forme più ibride della contemporaneità. Yimou ha abbandonato le espressioni neoneorealiste,
artificiali rispetto all’educazione visiva delle masse contemporanee (ed anche
finite le mode occidentali festivaliere nei confronti di cinematografie "semplici",
sulla falsariga iraniana). Di questa precedente tendenza facevano parte Non
Uno di Meno (peraltro vincitore del Leone d’Oro a Venezia) e l’ideologico La
Strada Verso Casa. Le immagini più recenti del cinema di Yimou sono un guazzabuglio
di tradizione e postmodernità (ancorché la definizione possa considerarsi
inesatta: il cinema postmoderno ha spesso molti livelli di ancoraggio al
passato). Le opere di Yimou sono lungometraggi ma contengono scene "chiuse",
un’atmosfera da videoclip; qualcuno ha individuato un parallelo d’obbligo con
Bollywood. Non si può d’altra parte dimenticare che Yimou sperimentava qualche
anno fa con Keep Cool (1997) uno sguardo affatto nuovo con una mdp a
mano che faceva collassare le distinzioni tra Oriente e Occidente, prima della
definitiva sintesi d’immaginari. Sembianze che fanno parte di una videosfera
omologante per i messaggi diffusi, come nel caso di Hero, machiavellico
apologo sull’eroismo. Non si vede una grande differenza di architetture visive
musicali, tra Chris Cunningham, Michel Gondry e Zhang Yimou. La Foresta dei
Pugnali Volanti contiene sequenze eccitanti come un videoclip, ma non ci
dilungheremo sull’inutile questione della specificità del cinema. Gondry ha
basato sulla molteplicità narrativa la differenza tra i due "prodotti", sui
significati spesso ambigui dei suoi personaggi, figure mutanti più per le
bizzarre avventure del pensiero che per un movimento vero e proprio del
racconto (Human Nature e Se Mi Lasci Ti Cancello in fondo
descrivono entrambi l’impasse e la fallacia di una posizione rigida dell’essere
umano). Ovvio che la narrazione nei lungometraggi ha comunque bisogno di un
sostegno drammaturgico convincente, insomma di caratterizzazioni più penetranti
rispetto alla semplice atmosfera fluttuante del clip. Per questo Yimou non
rinuncia a tessere le fila di un melodramma (il titolo inglese utilizzato in
Giappone è, non casualmente, Lovers), laddove la storia è superata
dall’obbiettivo di costruire i vari virtuosismi, gli effetti speciali di ogni
scena con l’ausilio non solo di una mdp molto mobile, ma degli strumenti a hoc
di postproduzione. Yimou lavora tantissimo sulle forme cinematografiche ma il
film tende, per dirla come Derek Elley di Variety, a non coinvolgere lo
spettatore sul piano emotivo. In ogni caso è indubbia la consistenza dell’immagine,
che rivela una valenza pluridisciplinare: musica, architettura, ma anche
pittura.
Yimou utilizza la smaterializzazione digitale per curvare a
piacimento la scena. Nella lunga sequenza del balletto, con i fagioli svolazzanti
che sfidano il senso acustico della non vedente, c’è un richiamo esplicito alla
sensorialità. La scena rivela apertamente l’incerto statuto fisico dei corpi.
Le leggi della fisica sono completamente sovvertite alla ricerca di una
spettacolarità inedita che coinvolga ogni tipo di oggetto. Tutti i movimenti
leggiadri, le fulminee levitazioni, i voli temerari sono funzionali ad un’estetica
che ha il compito di stupire l'occhio. La differenza con i vecchi numeri
musicali di Astaire e Rogers consiste nell’abbandono definitivo del corpo tradizionale,
il quale non è più protagonista di una performance "reale", ma funge soltanto come
intermediazione tra la macchina che produce l’immagine e lo spettatore che la
riceve. Il corpo dell’attore, in effetti, non è il solo oggetto residuale,
perché la messa in scena cattura ogni elemento per trasformarlo in un
potenziale strumento di spettacolo. Vedasi innanzitutto i pugnali volanti dello
stesso titolo, ai quali si attribuisce una sorta di anima, dal momento che
viaggiano apparentemente autonomi, spinti dalla forza invisibile di chi li ha
lanciati. Così tutti gli elementi naturali capaci di trasformarsi a hoc secondo
i vari capricci della messa in scena, come i bambù ricurvi della foresta o il
paesaggio finale in continua mutazione "climatica", laddove si veste totalmente
di bianco per un’ulteriore suggestione visiva.
© 2005 reVision, Andrea Caramanna |
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