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Nemico Publico

Public Enemies - 2h 18'

Regia: Michael Mann



Anche se la piratesca trilogia prodotta da Jerry Bruckheimer e ambientata nei Caraibi è riuscita a catapultare Johnny Depp nel dorato regno dei pezzi da novanta del blockbuster system, la sua figura di antidivo votato al cinema d’autore rimane inalterata come la sua vocazione d’interprete stilizzato pronto ad offrire la sua clownesca maschera al fedele Tim Burton per l’imminente Alice in Wonderland. Che Depp sia una delle poche star rimaste in grado di rifiutare ruoli facilmente spendibili è un dato di fatto che alimenta il suo mito di "coraggioso" (guarda caso, The Brave è il titolo della sua unica regia). Da virtuoso e virtuosistico attore di temperamento lo vediamo adesso interprete di uno degli archetipi dell’olimpo criminale, il rapinatore di banche John Dillinger nell’ultimo Michael Mann di Nemico Pubblico. Fin dal titolo, identico a quello del capolavoro di William Wellman (1931, con James Cagney), risulta trasparente l’intenzione di puntare sullo speculare gioco delle citazioni (film che richiamano altri film) che trova il proprio culmine nella sequenza clou del pre-finale, l’attesa di un fatto di cronaca: c’è il quarantaseienne Depp nei panni dell’allora trentunenne Dillinger seduto accanto a Polly Hamilton (Leelee Sobienski) al Biograph Theatre di Chicago. Entrambi assistono alla proiezione di una pellicola d’antan, ignari della presenza dell’avvelenata immigrata rumena Anna Cumpanas conosciuta anche come Sage (Branka Katic), pronta ad un fatale gesto di tradimento (consegnerà il più ricercato criminale d’America all’FBI). Il film della proiezione, in quella realtà come in questa ricostruzione, è Manhattan Melodrama (in Italia: Le Due Strade), originale incrocio tra mélo e gangster–movie firmato nel 1934 da W.S. Van Dyke II (su sceneggiatura del grande Joseph. L. Mankiewicz) ed interpretato da prodigiosi divi dell’epoca: Clark Gable è il traviato di turno, divenuto gangster per necessità e per innato talento, mentre l’antico amico d’infanzia William Powell ha scelto il mestiere di procuratore. La contrapposizione è alimentata dal conflitto amoroso che ha per oggetto Myrna Loy, la bella amata da entrambi, e tutto questo fino al sacrificio finale del vilain che, una volta catturato, preferirà alla galera la sedia elettrica. Dillinger poté specchiarsi nel protagonista di quello che fu l’ultimo film visto in vita durante la serata (per lui maledetta) del 22 luglio del ’34 quando gli agenti federali lo sorpresero all’uscita dalla sala e lo fecero fuori con un colpo di pistola. Come la fulminea parabola di Van Dyke consumata nell’arco dei 90 minuti nel metropolitano "Melodrama" di celluloide, la vicenda del nemico pubblico Dillinger si consegna all’immaginario di svariate generazioni in quanto fiction stile "la vita è un romanzo", rivelatrice dell’epico dark side di un’America che sa bene alimentare e far fruttare le sue truci leggende. Dal canto suo, l’intelligente istrionismo di Depp corteggia l’ipotesi dell’identificazione con l’archetipo incarnato da Gable e, prima di lui, dal sommo James Cagney regalando al personaggio una vitalità malinconica da ribelle senza causa assieme ad un’acida cupezza degna di un dostojevskiano demone nichilista. E tutto questo fino al rantolo finale quando, abbandonando l’espressione sorniona del vilain pronto a tutto, si rivolge con un ultimo sospiro all’orecchio dell’agente texano Charles Winstead (un eccezionale caratterista, Stephen Lang, presente pure nel cast dello spassosissimo recente, L’Uomo che Fissa le Capre) prima di accasciarsi sul marciapiede.

La ballata ha dunque per teatro la mitica metropoli del 1933, quarto anno della Grande Depressione, con un fulminante incipit ambientato nel Penitenziario Statale dell’Indiana. Dopo nove anni di detenzione il già provato John viene trasferito in quel carcere con tanto di manette e scorta a seguito, proprio mentre è in atto un rocambolesco piano di evasioni da parte di alcuni detenuti che coinvolgono il nostro in un vertiginoso duello di fuoco a volontà. Dillinger a bordo dell’auto in fuga offre aiuto al complice Walter Dietrich (James Russo): le due mani si uniscono finché una di loro si allenta, segno che al secondo manca la forza di salire perché colpito da una raffica che lo riduce sull’asfalto. Ma nemmeno questo presagio di morte ferma la diabolica vitalità del fascinoso neo-Robin Hood, idolatrato come emblema di possibile rivalsa dai cittadini frustati dalla crisi, ben contenti di riconoscersi nel perverso divo che ruba ai pochi ricchi rimasti, ostentando sfacciatamente una predilezione per il baseball, il cinematografo, automobili di lusso e le belle donne. Intanto, dall’altro lato della barricata, J. Edgar Hoover (Billy Crudup), direttore del "Bureau of Investigation", mastica amaro da burocrate ancora sottovalutato che si vede rifiutare i finanziamenti utili ai suoi decisi metodi di guerra al crimine come le sofisticate intercettazioni tecnologicamente assai efficienti o le efferate sedute di tortura, sistemi adottati dal suo dipartimento dove in nome della legge si è deciso di adottare la biblica regola dell’occhio per occhio e dente per dente. Da paladino mediatico, deciso a competere con l’idolo del Male, l’intraprendente Hoover, stanco dell’inettitudine dei propri uomini, assume come condottiero della sua squadra di Chicago, Melvin Purvis (un ottimo Christian Bale) dichiarando pubblicamente aperta un’offensiva anti–crimine mai così incisiva.
Sull’altro fronte, il carismatico Dillinger e la sua banda composta dai sociopatici nuovi arrivati Baby Face Nelson (Stephen Graham) e Alvin Karpis (Giovanni Ribisi), si mostra inarrestabile nei suoi infallibili colpi alle banche intervallati da cruente fughe dal carcere. Nella realtà, la gang era riuscita a mettere sotto sopra il Midwest controllato dal capomafia Frank Nitti (Bill Camp). Negli ultimi quattordici mesi di vita del gangster n.1 raccontati dal film, questi trova il tempo di consumare una fuggevole relazione amorosa con la guardarobiera Billie Frechette (una splendida Marion Cotillard), in grado di fargli perdere la testa.

E’ davvero sorprendente come Mann riesca a cancellare l’effetto di déjà vu che storie simili inevitabilmente provocano. Lo fa con asciuttezza e la precisione a cui ci ha abituati fin dalle sue prime prove. Anzi, Nemico Pubblico ci appare come la summa della sua poetica fondata sul paradigma, letterario oltre che cinematografico, del doppio (come nel monumentale Heat, magnifico duello a distanza tra De Niro e Pacino culminato nel loro memorabile incontro sul finale, o come nel claustrofobico Collateral, storia d’iniziazione ambientata nella giungla metropolitana con Cruise e Foxx, carnefice e vittima). E’ ben evidente che per questo suo riuscitissimo esercizio di stile, il regista si mostri interessato alla messa in forma delle screziate gradazioni del Male, accentuando epicamente il ritmo dello storico confronto tra Dillinger e Purvis, la corsa contro il tempo del secondo intenzionato a non dare tregua al primo fino all’inevitabile finale di partita. La caratura di certe sequenze d’azione (memorabile è la sparatoria notturna della seconda parte) ci rivelano quanto Mann sia un cineasta del controllo, costruttore di atmosfere e abilissimo concertatore di psicologie. La notte e le note (elementi primari della poetica manniana) sono le protagoniste di questo film che si avvale di sofisticate telecamere digitali ad alta definizione capaci di garantire una risoluzione cristallina offrendo tonalità accese al materico realismo delle scene. Quando lo sguardo di Mann restringe il campo concentrandosi sui primi piani lo fa per esaltare l’espressivo gioco delle ombre che, minacciosamente, incombono quasi a volere inghiottire personaggi e ambienti, ad avvisarci del vuoto incombente. Lo fa con la complicità di Dante Spinotti alla fotografia, sottile e intelligente "disegnatore" della Chicago rilucente e tenebrosa di quegli anni, set ideale per far stagliare come icone i caratteri che il film descrive, identità che rimangono incise nella memoria come i soggetti di un bassorilievo.
La sceneggiatura, organizzata come un’evocativa partitura, è firmata dallo stesso regista assieme a Ronan Bennett e Ann Biderman (la base è il romanzo di Brian Burrough, "Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933–43"): ogni dettaglio e ogni screziatura emotiva appare in risalto con il sostegno di dialoghi da manuale che offrono spessore anche ai personaggi minori. La parabola dell’elegante gangster la cui leggenda si è già prestata allo sviluppo brechtiano della ballata firmata nel 1973 da John Milius (col grande Warren Oates) assume con Mann la miracolosa consistenza di un cinema che sa come vivificare i classici, giocando con i codici di genere (mélo, gangster–movie, commedia) come gli antichi compositori giocavano con i libretti, utilizzati come pretesti per dare corpo alla musica. Mann si conferma pure un maestro (insieme a David Lynch) nel sapere utilizzare l’alta definizione in funzione poetica e narrativa.
Nemico Pubblico è un film tutto costruito per contrappunti (particolarmente rilucenti quelli della jazz singer Diana Krall che offre la celebre punteggiatura di "Bye Bye Blackbird"). E’ un cristallino capolavoro di stile capace di dare rilievo persino alle lacrime della Cotillard quando apprende che il suo amato John, gangster da liquidare perché incarnazione della cattiva coscienza del capitalismo imperante, è stato fatto fuori. Naturalmente, in attesa di un nuovo nemico pubblico da contrastare per elevarlo a mito.

© 2009 reVision, Francesco Puma