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Psycho1h 43'Regia: Gus Van Sant Il punto centrale della discussione sul nuovo Psycho riguarda le differenze con il
capolavoro di Hitchcock del 1960. Rimarcarle sarà pure interessante. Ma prima è bene ricordare le intenzioni del regista Gus
Van Sant (Belli e Dannati, Da Morire). Una recente pubblicazione del Castoro cinema di Stephen Rebello dedicata
al making of di Psycho è introdotta da un'intervista a Van Sant. Quest'ultimo precisa che il suo Psycho non è
altro che una riproduzione di quello di Hitchcock. Infatti, sono state utilizzate le stesse inquadrature, le stesse musiche
di Bernard Herrmann, riarrangiate da Danny Elfman, gli stessi dialoghi di Joseph Stefano e i bellissimi titoli di testa di
Saul Bass con piccolissime variazioni. Non si tratta dunque di un remake, operazione dalla quale di solito ci si aspetta una
rielaborazione-aggiornamento di un testo, nonché la ricerca di strutture significanti (per dirla in termini strutturalisti).
Il povero Van Sant non si è posto molti problemi e prima di tutti quello del senso di un'opera. Sottolinea nell'intervista
che solitamente non si riproduce nei minimi dettagli un film già fatto, aggiungendo che Psycho è un film di cui pochissimi
si ricordano (e questo è vero almeno per i più giovani) e tanto vale rifarlo così com'era perché funzionerà lo stesso, ma qui
si sbaglia.
Cosa trasmetteva Psycho di Hitchcock al pubblico degli anni sessanta? Orrore, suspense naturalmente. E si può pensare che il pubblico di oggi rimanga impressionato e sconvolto come quello di allora? Psycho di Hitchcock (cito ancora Rebello) "ha utilizzato allegramente temi scabrosi e tabù come il travestitismo, la tassidermia, l'amore materno ossessivo, gli appuntamenti prematrimoniali in squallidi alberghetti e lo scarico di un gabinetto". La violenza rappresentata nei film è negli anni cresciuta fino ad arrivare ad esempi come Il Silenzio Degli Innocenti. Lo spettatore di oggi troverà abbastanza tranquilla la maggior parte del nuovo Psycho e la famosa scena della doccia fa parte già dell'immaginario dell'uomo contemporaneo. I reportage televisivi della recente guerra nei Balcani sono molto più cruenti. Van Sant cade in errore nel momento in cui crede di trasmettere al pubblico lo stesso contenuto del vecchio Psycho. Questo è impossibile. È Heinrich Wölfflin (citato in Sergio Micheli "L'approccio smaliziato dello sguardo" Bulzoni editore, pag.145) ad affermare
che "lo stesso contenuto in epoche diverse non può affatto essere espresso perché la forma che esso assume in un'epoca partecipa
in modo tale alla sua essenza che, in un'altra forma, esso non sarebbe più affatto lo stesso contenuto".
I motivi di aggiornamento introdotti da Van Sant lasciano perplessi. Come la masturbazione di Bates davanti il buco nella
parete che gli permette di spiare l'interno della camera numero uno. La tesi del disordine sessuale di Bates è rafforzata dal
ritrovamento nella sua stanza di numerosi soldatini e animali di peluche più alcune riviste pornografiche; nell'originale la
sorella di Marion, Lila, osservava semplicemente un libro, ma non era possibile leggerne il titolo e ciò aumentava anche il
mistero sulla follia di Bates.Attenzione, perché il più eclatante passo falso è compiuto nella casa dello sceriffo. La moglie del quale, alzata la cornetta per chiamare Bates, parla come nell'originale con un centralinista. Ma non eravamo nel 1998? Come se non bastasse l'abbigliamento dell'investigatore Arbogast (William H. Macy) è rimasto quello degli anni sessanta, spicca in particolare il tipo di cappello. Anche la casa di Bates non funziona del tutto, soprattutto l'esterno, dallo stile un po' gotico, che deriva dal gusto del romanzo di Robert Bloch, influenzato da Lovecraft, davvero datato ed inadatto per ambientare storie di paura ai nostri giorni (pensate soltanto alla rivoluzione scenografica dell'Overlook hotel in Shining), anche se negli anni sessanta era come se (cito ancora Rebello) "Bloch avesse sottoposto il gotico a una cura di sesso e Freud". © 1999 reVision, Andrea Caramanna |
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