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Il Prossimo Tuo

1h 58'

Regia: Anne Riita Ciccone



"E’il mondo ad essere malato, non io": l’apodittica affermazione appartiene a Jean-Paul, il giornalista francese interpretato da Jean–Hugues Anglade nel bel film della regista italo–finlandese Anne Riitta Ciccone intitolato Il Prossimo Tuo (si tratta del terzo titolo della sua carriera dopo Le Sciamane e L’Amore di Màrja, del 2000 e del 2004). L’evocazione biblica del titolo enuncia con forza il tema cogente e sempiterno del rapporto individuale con gli altri (la comunità indistinta che ci circonda) e con l’Altro, il convivente invisibile che alberga dentro di noi e che si proietta all’esterno, incarnando spesso le nostre paure e i nostri desideri in un confronto doloroso che svela l’identità incerta delle cose e delle persone. Tale confronto è attivato dall’esperienza e dalla memoria, due elementi sottoposti ad un’incessante e, spesso, traumatica elaborazione. Nel film della Ciccone gli altri sono il coro, perennemente presente e pulsante sullo sfondo, dei piccoli/grandi drammi quotidiani vissuti dai protagonisti di vicende intersecate in una mappa ideale che lega metropoli come Roma, Parigi e Helsinki, identificate come un triangolo delle solitudini e del dolore. L’11 settembre è, come si sa, la data spartiacque del crollo di ogni sicurezza collettiva, una luttuosa constatazione del disequilibrio endemico che governa i rapporti tra Occidente e Oriente, ma anche l’evento rivelatorio di una fragilità che attanaglia le società e gli individui, condizionando fino all’indebolimento le relazioni con gli altri e con noi stessi. Non c’è, ne Il Prossimo Tuo, uno snodo narrativo che lega le storie e i personaggi dei diversi contesti (come accade in Babel di Iñárritu) bensì l’identificazione di un diffuso disagio esistenziale che si riverbera in un desiderio di fuga dai traumi del passato capace di enucleare desideri compressi e patologie soffocate, in attesa di liberarsi da frustrazioni e sospetti per proiettarsi in una dimensione umanamente più accettabile. Gli scenari del film sono tutti dei territori liminari come l’aeroporto finlandese dell’incipit dove, nel crogiolo delle varie vicende, assistiamo al gesto di una donna anziana in attesa al check-in che si accorge con crescente agitazione di un sospetto individuo col turbante che rovista nel suo borsone, identificando in lui la malefica icona di uno dei tanti Bin Laden che siamo spinti ad individuare come "nostro comune nemico" (l’antica cultura del sospetto nei confronti del diverso cementata dalla sindrome dell’11 settembre). E mentre, in un altro aeroporto, il giornalista francese Jean–Paul rientra dal suo viaggio in Iraq col suo carico di esperienze di morte (i colleghi uccisi sul campo e altri traumi riflessi, come schegge di memoria, in alcuni flashback), seguiamo i turbamenti dell’hostess di terra Eeva (la brava Laura Malmivaara, già protagonista del precedente L’Amore di Màrja) che vive da sola nei pressi di un lago situato dalle parti di Helsinki.

Eeva è una donna segnata fisicamente e interiormente (come la Charlize Theron di The Burning Plain), con una diffidenza nei riguardi del prossimo (maturata anche a causa di una violenza sessuale subita, ad opera di tre giovinastri, durante un viaggio in Italia) che affiora compulsivamente soprattutto quando si trova, sotto la doccia, a contatto col proprio nudo. L’incontro con un vicino di casa malinconico e un po’ misantropo, Usko (Sulevi Peltola, straordinario volto di Kaurismäki), è per lei un giro di volta, l’occasione di una solidarietà non compassionevole che spinge entrambi al superamento delle fobie (quella di Usko è legata proprio al volo in aereo). Dal canto suo, Jean–Paul appare condizionato dall’atroce esperienza di un attentato terroristico in Iraq al punto tale da abbandonare il proprio lavoro, ed è spinto ad affrontare le difficili relazioni sia con l’ex moglie Sabine (Lena Reichmut), che lo tartassa per via degli arretrati sugli alimenti, sia con la compagna più giovane, Caroline (la delicata Diane Fleri), trovando una valvola di sfogo nella pornografia on-line di cui diventa dipendente. A vivere i disagi della sua separazione sono i figli, Marie (Aylin Prandi) che abbandona per paura di un salto nel vuoto i suoi allenamenti in piscina e Gabriel (Samuel Cahu) che si rifugia nella religione, cercando una possibilità di dare concretezza al proprio bisogno di spiritualità e di purezza (un bisogno evocato dal titolo stesso del film). Un’altra storia d’identità a confronto è quella che riguarda la disillusa pittrice romana Maddalena (Maya Sansa) che, rifugiatasi nella sua arte, ha deciso di puntare tutto su incontri occasionali come quello con Stefano (Massimo Poggio), un suo potenziale acquirente benestante. All’origine di tale ripiegamento c’è, per Maddalena, il dolore per il suicidio della madre ed è l’incontro con Elèna (Romina Hadzovic), una giovanissima e potenziale pittrice in erba, figlia di extracomunitari (il cui padre è interpretato da Ivan Franek), a costituire un felice punto di fuga e un’inaspettata occasione per una rinascita interiore. Molte solo le figure secondarie che appaiono per pochi fotogrammi (ad esempio, notiamo l’amichevole presenza di Remo Remotti e di Franco Citti) e che si stagliano a segnare avvenimenti minimali vissuti come emblematici dai protagonisti: Jean–Paul rimane travolto, in un momento iniziale da tre ragazzi che pattinano mentre, in un’altra scena, tre neofiti induisti attraversano le strisce pedonali (alla maniera dei Beatles) invocando il Dio Krishna. Questo insistito, simbolico ricorso al tre, numero di sintesi complete (il primo che abbia un inizio, un centro e una fine), indica il dato di un legame tra le diverse storie, l’esigenza di una chiusura del cerchio per ciò che riguarda lo sviluppo delle vicende dei personaggi: Eeva sembra cercare il proprio baricentro mentre fa footing immersa nell’innevato paesaggio della periferia di Helsinki dove è andata ad abitare, al contrario di Jean–Paul, costretto ad uscire dal proprio immobilismo la notte in cui, volendo sfogare la sua dipendenza dal sesso su Internet, s’imbatte in una prostituta minorenne e cerca di aiutarla finendo per fare a botte con i suoi protettori. Il sorriso di riconoscenza della sfortunata ragazza è un segnale di speranza per l’uomo, la quadratura di un insolito e liberatorio gesto di coraggio.

Il montaggio di Marco Spoletini e Luigi Mearelli concede il giusto ritmo nell’intersecare le vicende dei protagonisti donando alla pellicola un efficace respiro narrativo; la scenografia di Maurizio Sabatini evidenzia le screziature dei paesaggi facendoli interagire con i movimenti psicologici dei personaggi nel loro tortuoso cammino di liberazione; i direttori Fabio Cianchetti, Pasquali Mari e Fabio Zamarion si alternano con straordinaria adesione concettuale nel fotografare luoghi e stati d’animo mentre la colonna sonora di Franco Piersanti fa da contrappunto discreto ai silenzi che denunciano timori e tremori. Immagini secche, inquadrature precise, fluidi movimenti di macchina: la Ciccone si rivela una regista vivace e passionale che sa inanellare le sue storie parallele con pudore e intensità, che sa individuare con acutezza risvolti drammaturgici assai rivelatori, che sa raccontare l’amore, quello privato, quello di un mondo perduto, con pennellate cariche di tenerezza (ad esempio, i volti della Sansa e della piccola Hadzovic trovano riflessi e ispirazioni profonde nella comune evidenza di talenti e desideri prima repressi e poi svelati).
Il Prossimo Tuo è, dunque, un film struggente che in alcuni momenti fa pensare ai capolavori del grande Kieslowski nel suo saper enucleare i nessi di un teorema filosofico ed esistenziale che ci narra di anime perdute in un mondo malato, donandoci nel finale un solido afflato di speranza, evocando quella "illusione del bene" che ci rimanda al titolo dell’ultimo romanzo di Cristina Comencini.

© 2009 reVision, Francesco Puma