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La Promessa

The Pledge - 2h 04'

Regia: Sean Penn



Un uomo solo sotto un sole infernale. Borbotta qualcosa tra sé e sé. Una nenia, una incomprensibile litania sembra tenerlo lontano dal mondo reale. Alle sue spalle il rudere di una stazione di benzina. Improvvisamente si passa dal caldo infernale, dal deserto rosso, alla neve, alla landa ghiacciata. Un salto a ritroso nel tempo segnalato dai mutati elementi della natura.
Jerry Black (Jack Nicholson) è un detective della polizia di Reno, Nevada, al suo ultimo giorno di lavoro prima della pensione. Mentre partecipa con tutti i colleghi alla sua festa di congedo un terribile crimine sconvolge la cittadina americana. Il corpo senza vita e orribilmente mutilato di una bambina viene trovato nel bosco. Jerry pensa ad un ultima “botta di vita”, un ultimo caso, una soluzione veloce, un ultimo successo professionale per meglio digerire il suo pensionamento. Improvvisamente il detective si trova catapultato in un incubo, la peggiore delle favole divenuta realtà. Il lupo ha mangiato cappuccetto rosso e nessuno è in grado di trovarlo. Dopo aver solennemente promesso ai genitori della piccola vittima di trovare il colpevole, il caso sembra voler dare una mano a Jerry. Un vagabondo, già incriminato per un’aggressione ad una ragazzina, viene riconosciuto da un testimone. Interrogato dalla polizia, al giovane ritardato viene estorta una confessione di circostanza. Per tutti lui deve essere il colpevole, il capro espiatorio. Per tutti ma non per Jerry, per nulla convinto della colpevolezza del vagabondo, neppure dopo il suicidio di quest’ultimo in caserma. Per la polizia è un caso chiuso, per la coscienza di Jerry il caso è più che mai aperto. Inizia così per il detective una personale discesa verso il profondo della propria anima, alla ricerca di una verità da tutti negata ma che lui è intimamente convinto di conoscere: l’assassino della bambina è ancora vivo, libero di agire e portare nuova sofferenza.

La Promessa di Sean Penn è tratto da “La promessa. Requiem per il romanzo giallo” romanzo dell’autore svizzero Friederich Durrenmatt. Scritto nel 1958 il romanzo è allo stesso tempo una riflessione critica sulle norme che regolano il genere letterario denominato “giallo” e contemporaneamente una dissertazione sulla differenza tra romanzo e vita concreta, tra finzione e realtà. Nel sottolineare le differenze che regolano i due mondi separati, l’autore analizza lucidamente, per poi metterli continuamente in discussione, i topoi che regolano non solo la stesura di un romanzo giallo, ma che sono alla base di qualsiasi costruzione fictional che porti al suo interno gli elementi stessi del giallo o, in una eccezione più estesa, del thriller. Il film di Sean Penn perde dal punto di vista del racconto, dello svilupparsi dell’azione, questa cornice metanarrativa ma permea tutto il film di questa ricerca critica, di questo tentativo di trovare all’interno di un racconto altamente codificato tutti quegli elementi che negano e sconvolgono la struttura stessa della narrazione. Il film si muove infatti costantemente lungo due direttrici ben definite che di tanto in tanto si intersecano nei punti nodali del racconto. Da una parte vi è il tentativo palese di accumulare all’interno del film il maggior numero possibile di norme narrative appartenenti al genere del thriller. La polizia, il detective privato, il brutale assassino, l’efferato serial killer, il presunto colpevole, una insostenibile ed interminabile suspense creata dall’attesa di conoscere la vera identità dell’assassino, la sensazione che qualcosa dovrà ben accadere prima o poi, sono tutti elementi che è possibile trovare, più o meno abbinati, più o meno disseminati, in tutti i casi del genere thriller. Parallelamente a questo procedimento di accumulo vi è però una successiva sottrazione e svilimento di tutti questi elementi. La polizia pronta a trovare il capro espiatorio ma incapace di dare la caccia al vero assassino; il detective privato isolato e abbandonato da tutti i suoi ex colleghi, ritenuto addirittura un pazzo visionario; il brutale assassino del quale non si conoscerà mai la vera identità, una identità che è possibile soltanto intuire da alcuni confusi frammenti di immagine; una attesa resa vana, una costante tensione verso qualcosa che non accadrà mai, verso una soluzione catartica che non arriverà a placare l’attesa dello spettatore. Questa demolizione dei personaggi principali e dei meccanismi narrativi di un genere che ancora oggi gode di grande fortuna presso il pubblico è resa possibile da un banale espediente. L’introduzione all’interno di un racconto, di un procedimento narrativo dominato dalla logica e dalla causalità, dal pacifico e rassicurante susseguirsi di azioni e reazioni, del caso.

La casualità diviene predominante all’interno del film. Casualmente durante la festa per la sua pensione Jerry viene a conoscenza del crimine, casualmente è a lui che tocca comunicare la notizia ai genitori e promettere di arrestare il colpevole, casualmente dopo il suo pensionamento incontra una donna e una bambina che assomiglia in tutto e per tutto alla vittima del serial killer, casualmente il serial killer viene reso innocuo prima di poter colpire ancora, casualmente Jerry perde la fiducia della “sua” donna e della figlia. E’ quindi a livello della trama, dell’intreccio, che avviene il furto più grande. Viene sottratta la causalità e ad esse viene sostituita la casualità. Al potere di dominio totale che l’autore si riserva sulla sua creazione, costruendo un mondo fittizio e menzognero fatto di azioni e reazioni ben controllate, di una sequenza ben definita e logica di avvenimenti, si sostituisce l’imprevedibilità del caso che molto spesso condiziona e vincola l’esistenza reale. Un contrasto che viene ben definito in una delle prime pagine del romanzo di Durrenmatt: “No, quel che mi irrita di più nei vostri romanzi è l’intreccio. Qui l’inganno diventa troppo grosso e spudorato. Voi costruite le vostre trame con logica; tutto accade come in una partita a scacchi, qui il delinquente, là la vittima, qui il complice, e laggiù il profittatore; basta che il detective conosca le regole e giochi la partita, ed ecco acciuffato il criminale, aiutata la vittoria della giustizia…. Ma i fattori di disturbo che si intrufolano nel gioco sono così frequenti che troppo spesso sono unicamente la fortuna professionale e il caso a decidere a nostro favore. O in nostro sfavore. Da sempre voi scrittori le verità le date in pasto alla regole drammatiche…. E ciò che è casuale, incalcolabile, incommensurabile ha una parte troppo grande”. Questo procedimento di sistematica sottrazione e di perpetrata disattesa delle aspettative dello spettatore raggiunge il suo culmine nella parte finale del film. Dopo tutta la tensione accumulata, la suspense creata ad arte attorno alla figura dell’assassino, un banale incidente stradale toglie di mezzo l’uomo mentre si reca all’appuntamento con la trappola sapientemente preparata da Jerry. Questo banale “scherzo del destino”, questa semplice introduzione del caso in un procedimento narrativo costruito sulla causalità, sul rapporto causa-effetto, mette definitivamente fine al film e alla sanità mentale di Jerry. “..giacché non è il caso di nasconderle che questa storia contiene purtroppo una sorpresa finale, e lei intuisce da sé che questa sorpresa finale è estremamente povera e meschina, tanto meschina che semplicemente non potrebbe adoperarla in nessun film o romanzo appena decente. E’ una conclusione così ridicola, idiota e banale che a farla breve si dovrebbe omettere nel caso si volesse stendere per iscritto questa storia… Perché proprio l’esistenza di questo sciatto e miserevole finale, perché esiste l’imprevedibile, il casuale, se preferisce, la sua genialità, i piani che architettò e tutto il suo modo di agire ne sono spinti all’assurdo, un assurdo che risulta ora assai più doloroso di prima… Matthai (Jerry nella trasposizione cinematografica) non poteva accettarlo: Voleva che i suoi calcoli tornassero anche nella realtà”.

Un uomo solo sotto un sole infernale. Borbotta qualcosa tra sé e sé. Una nenia, una incomprensibile litania sembra tenerlo lontano dal mondo reale. Chiuso nel suo mondo falso, fatto di menzogne, di semplici relazioni causa effetto, di ingannevoli finali catartici, Jerry deve scontrarsi con la realtà del caso. La sua personalità è scissa in due, personaggio di una finzione deve arrendersi alla realtà della vita reale.
La Promessa non è solo un film che destruttura e snaturalizza un genere letterario, una categoria filmica, ma è un’opera che attraverso questo procedimento mette in evidenza il rapporto che lega la finzione alla vita quotidiana, la poetica alla realtà, lo schermo cinematografico alla sedia dello spettatore.

© 2001 reVision, Fabrizio Pirovano