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La Città ProibitaCurse of the Golden Flower - 1h 54'
Regia: Zhang Yimou Non è facile ma vale la pena d’impegnarsi a studiare la cronistoria complessa delle
dinastie cinesi dei tempi del Mito. Non è facile perché assai ingarbugliati risultano i riferimenti ad epoche, caste, date
ad incrocio, toponomastica intraducibile, cognomi e nomi misteriosi, tutta roba che fa apparire relativamente semplice a
confronto il labirintico schema dell’anglosassone Guerra delle Due Rose e dei conflitti sanguinari dei Re sacri cari a
Shakespeare. Ma vale la pena soprattutto perché ci permette di seguire meglio l’affascinante saga intessuta da Zhang Yimou,
il Visconti cinese (fatte le doverose proporzioni), arrivata al suo terzo e più sontuoso capitolo. Durante il crepuscolo,
segnato da corruzione ed intrighi, dell’età dell’oro della dinastia Tang (618 – 907 d.C.) era ambientato il memorabile
La Foresta dei Pugnali Volanti (un fanta–mélo con spettacolari coreografie ricavate dal
popolare genere del wuxiapian), preceduto dal notevole Hero. In quest’ultimo La Città
Proibita il contesto è quello del periodo tardo della Tang (923 – 936 d.C.), quando il regno cinese perse la propria
autorità centrale e si frammentò in tanti piccoli feudi in guerra tra loro, favorendo le mire espansionistiche dei Mongoli
e dei Turchi che attaccarono, rispettivamente, da nord e da ovest.
Siamo nel 928, durante il periodo delle festività del Chong Yang, occasione rituale per celebrare in famiglia anziani ed
antenati. Il simbolo della festa è il crisantemo, quello che per l’erboristica è il fiore eletto ad esorcizzare il male.
Per il regista questa diventa l’occasione di una messinscena da barocchismo colto, dominata dal giallo dei crisantemi che
circondano il palazzo regale mescolati al rosso dei tendaggi e delle decorazioni, accanto all’oro degli sfarzosi costumi
elaborati mercé una raffinatissima operazione retro’ d’alto artigianato (40 i sarti impegnati per due mesi di duro lavoro).
L’abbacinante mélange cromatico non impedisce alla vicenda di evolversi entro le regole drammaturgiche predilette da Zhang
Yimou: una vicenda privata da immergere in prospettiva all’interno di tragici eventi storici.
Ad incarnare le inquietudini della decadente epoca prescelta troviamo l’imperatrice sventurata e dolente di Gong Li (la sempre splendida ed intensa ex moglie del regista, diva incontrastata del made in China da esportazione). Furente come la Dietrich, enigmatica come la Garbo, nevrotica come la Streep, la nostra ha una relazione tormentata con il principe ereditario Wan (Liu Ye) che perdipiù è il suo figliastro, a sua volta segretamente innamorato di Chan (Li Man, una bellissima e promettente attrice che farà sicuramente strada), figlia del dottore imperiale (Ni Dahong). La situazione precipita in seguito all’improvviso ritorno dell’imperatore (un carismatico Chow Yun-Fat) accompagnato dal secondogenito principe Jai (Jai Chou). Non è di certo la festa del Chong Yang ad impedire l’evoluzione di un conflitto familiare sempre più drammatico. Sconvolto dalle crisi della consorte, l’imperatore decide di avvelenarla (con hitchcockiana progressione) avvalendosi della complicità del dottore e delle sue misture, mentre il principe Jai è sempre più preoccupato della materna salute mentale. L’innamorata del figliastro, la bella Chan, è invece allontanata strategicamente dalla corte assieme alla madre (Chen Jin), ma le due vengono attaccate da sanguinari guerrieri e poi costrette a riparare dentro il palazzo. L’intrigo mélo, teso e variegato come un Tolstoj riletto da Douglas Sirk, arriva ovviamente al suo zenit e alla fine non si contano più le lacrime e le vittime. Cesellate tra le mura sulle quali spiccano i preziosismi delle decorate finestre di vetro cinese, le individuali storie
parallele s’incrociano ad eventi bellici di largo respiro epico (magnifiche le coreografie di Tony Ching Siu Tung che organizzano
geometricamente la battaglia al chiaro di luna tra gli attaccanti ninja senza volto e le dovute truppe a difesa del palazzo).
La familiare faida svolta in contrappunto al truce scontro tra fazioni genera l’estetismo controllato e l’equilibrata mistura
spettacolare di un film che riecheggia lo stile, da molti rimpianto, dei colti mélo storici alla David Lean. C’è un’intenzionalità
musicale in Zhang Yimou nel calibrare il ritmo delle solenni carrellate dentro gli sfarzosi corridoi della residenza imperiale,
immersi nei riferimenti espressionistici dove a dominare è il gioco delle ombre, ed abile preludio di aperture ad effetto su
paesaggi pittoricamente definiti che allineano corpi destinati al macello oppure ignari degli eventi consumati negli antri
dorati del Potere.La fotografia di Zhao Xiaoding è ben capace di dosare il già citato impasto di colori, mentre funziona ad espandere una favolistica tonalità del racconto la corposa partitura musicale composta da Shigeru Umebayashi, pregevole sinfonia potente a commento della disfatta di un ordine familiare che coincide con quella di un intenso schema di dominio. Fin dalla sequenza d’apertura, che allinea e poi scompone un ampio gruppo di donne infervorate, immerse nella frenetica alba di un giorno di festa, Zhang Yimou conferma con La Città Proibita la propria vocazione di narratore visionario, di autore classico aperto alla cultura occidentale e ai suoi modelli (Tolstoj, certamente, ma innanzi tutto lo Shakespeare magistralmente riletto da Kurosawa ed assai utile al recente The Banquet con Zhang Ziyi visto l’anno scorso a Venezia) ma anche orgoglioso di mettere in campo la via cinese al blockbuster colto. Fin dai tempi di Lanterne Rosse, il suo ci è apparso un cinema necessario, fatto con la grazia di un resistente artigianato industriale, capace di coniugare passioni estreme ed oniriche digressioni sulla Storia, ancora da noi miscoconosciuta, della più antica altra metà del mondo. © 2007 reVision, Francesco Puma |
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