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The Producers2h 14'
Regia: Susan Stroman Quel geniaccio di Mel Brooks, anticipatore di tendenze ancora oggi praticate, esordì nel 1968 con Per Favore Non Toccate le Vecchiette, portandosi a
casa l’Oscar per la migliore sceneggiatura. Ebbe un grande successo la storia del produttore imbroglione e seduttore di arzille vecchiette che ne fa di cotte e di crude
per finanziare un clamoroso flop teatrale. I dialoghi di quel film diventarono il marchio dello stile di Brooks e ci fu pure la rivelazione dell’accoppiata comica Zero
Mostel – Gene Wilder che funzionò alla grande come la canzone "Primavera per Hitler", una delle più kitsch della storia del cinema.Che Mel Brooks abbia sempre avuto il musical nelle vene è evidente vedendo il divertente e goliardico La Pazza Storia del Mondo, dove si scherza coi tanti e coi santi e dove persino l’Inquisizione è narrata a tempo di musical e con quanta originalità! E così un Brooks sempre giovane ha deciso ad un certo punto di trasformare in una vera e propria opera musicale il suo The Producers, calcando i palcoscenici di Broadway nel 2001 e portandosi a casa ben 12 Tony Awards (i premi teatrali più importanti). In una delle molte battute di questo film tratto dall’opera teatrale, e prodotto dalla Sony per la regia della coreografa Susan Stroman, s'ironizza con un gioco di parole sul premio Tony, con il gusto per il politicamente scorretto, che è sempre stato una vocazione per il grande Mel. Una vocazione al paradosso feroce e tagliente formatasi con la stesura dei testi comici scritti per la televisione da Brooks in coppia con Sid Caeser, nella metà degli anni ’50, periodo d’oro non solo per il cinema. La regia della Stroman privilegia molto le scene in interni ricalcando con grazia il copione teatrale, con qualche esterno davanti l’entrata del teatro, in affettuoso omaggio ai musical di Gene Kelly, dove la strada fu protagonista di memorabili sequenze, e non solo in Singin’ in the Rain, onirico palcoscenico di un immaginario mai tramontato. Proprio in strada vediamo così le mitiche vecchiette (una delle quali è soprannominata "Prendimi, toccami") appoggiate ai loro bravi girelli di sostegno (la commedia ci dice che la vitalità nasce dal desiderio), che attraversano le strisce pedonali, come i Beatles la Abbey Road, per poi scatenarsi nella canzone "Along Came Bialy". Ci troviamo a Central Park e nella Fifth Avenue, nel cuore di New York, con le anziane che inseguono l’ingegnoso e truffaldino produttore Max Bialystock (un divertito Nathan Lane). La geniale idea di realizzare un insuccesso teatrale ed intascarne i proventi viene in mente casualmente ad un grigio contabile, Leo Bloom (davvero bravo Matthew Broderick) che a sua volta sogna di diventare un produttore di Broadway. Si crea così un’altra memorabile strana coppia (una delle tante che Hollywood ha creato insieme a quella formidabile di Walter Matthau e Jack Lemmon) a cui si aggiunge la bellissima e seducente Uma Thurman, nella parte della strampalata segretaria svedese Ulla. La Thurman, bravissima, si cimenta con grinta e grazia in un numero che si conclude con una encomiabile spaccata: niente male per una diva sempre alla ricerca, dopo la gloriosa parentesi del Kill Bill di Tarantino, di ruoli che possano rimetterla in gioco, nell’affrontare generi svariati. Con l’entrata in scena del regista schiappa Roger DeBris (interpretato da un godibile Gary Beach) il tono del film gioca con il kitsch della retorica "gay", in un dedalo
divertentissimo dove il travestimento diventa il fulcro della rappresentazione (come nel Lubitsch di Vogliamo Vivere, di cui Mel Brooks ha girato un gradevole remake).
Assistiamo dunque all’orrenda commedia scritta da un nostalgico del Terzo Reich, Franz Liebkind (Will Ferrell), dal titolo "Springtime for Hitler", il cui pessimo gusto dovrebbe
garantire l’agognato fallimento e che invece si trasforma in un trionfo di critica e di pubblico. Lo sberleffo satirico di Brooks è chiaro: mettere alla berlina l’intero sistema
dello spettacolo, oggi come ieri asservito alle regole dell’imprevedibile, letale oscillazione del gusto "medio".Ma in The Producers c’è la feroce presa in giro del luogo comune e delle sue icone dominanti con l’entrata in scena di un Hitler gay durante la fatale rappresentazione dove le coreografie ricordano quelle leggendarie di Busby Berkeley (inventore del musical negli anni della Grande Depressione). Si parla tanto dei limiti della satira: quel burlone di Mel Brooks ci ricorda che solo l’intelligenza può proporre tali limiti e che il gioco comico pretende una libertà assoluta che esso stesso, semmai, può scegliere di arginare (più autocensura che censura, dunque!). Questo perché, come dice la canzone finale, "There’s nothing like a show on Broadway", perché lo spettacolo deve continuare all’infinito. Finché si riderà ci sarà la Storia. E la Storia stessa, ci hanno insegnato i buoni film, non è che un sogno di celluloide. Hollywood, insieme a Shakespeare, ci ha indicato come luogo ideale per interpretare il mondo, un palcoscenico. E per Brooks è proprio quello ad essere il teatro delle meraviglie dove si raccontano favole per idioti che magari non significano nulla ma che sicuramente continuano a diverterci. © 2006 reVision, Francesco Puma |
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