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L'Amore Probabilmente

1h 47'

Regia: Giuseppe Bertolucci



La menzogna. La verità. L'illusione. Tre definizioni della realtà. La convivenza è molto difficile; entrare in contraddizione con le nostre necessità umane cancella ogni alto tentativo di essere perfetti. La perfezione non è umana. Esiste al più la sospensione di ogni presa di posizione, per comodità, per orgoglio, per necessità, per quell'ineluttabile senso d'inadeguatezza.
La storia è di Sofia, attrice. Tradita dalla migliore amica Chiara e dal suo amore Cesare, che hanno una relazione, Sofia si rifugia in un treno e giunge a Lugano. Conosciuto un cinquantenne controllore delle ferrovie, trascorre con lui un intero giorno. Alla scoperta della vita frustrata di lui, sposato e con una figlia, Sofia vaga nelle vie di Lugano fino a che un incidente non la riporta a casa. Qui, traumatizzata dalle recenti e passate esperienze affettive, decide di andare a Roma per un provino a Cinecittà. L'incontro con il giovane regista francese sembra avviarla ad un nuovo amore, probabilmente.

I tre capitoli seguono il processo di crescita emotiva e professionale di Sofia. L'avviamento all'attività teatrale (la menzogna), l'incontro traumatico con la vita nel segno della menzogna/verità e del teatro/cinema (la verità), e infine l'incanto della disperazione esistenziale trasfiguratasi in ricerca della vita assoluta (l'illusione, comparata ovviamente al cinema). La menzogna è l'unico capitolo in cui l'agile utilizzo della macchina digitale s'incontra con la gioia della narrazione, come gioco d'ombre sul sottile confine tra il racconto (finzione) e la sua scrittura (realtà). Forse perché narrare la menzogna è più divertente, lascia mano libera alla fantasia, il primo capitolo è compiuto. Il momento dello studio dei personaggi del film, ossia Sonia/Sofia, Rosalinda/Chiara e Fabrizio/Cesare, in cui la voce off di Giuseppe/regista è quella di un anonimo demiurgo, si alterna alla realizzazione dell'atto filmico, con i dialoghi che si spezzano e si ricompongono tra prove e set. Il regista diviene un sezionatore di corpi indifesi (camera sempre in movimento, indagatrice sino all'esasperazione della fisicità umana), resi nudi nella loro incapacità di sottrarsi ad un volere altro (regista/destino), e il volto-sguardo bellissimo ed energico di un'attraente svagata Rosalinda Celentano cerca nello spettatore complicità, sostegno. Se il film fosse stato questo, niente da eccepire. Attori bravissimi, dentro/fuori dalla cosiddetta realtà della vita, i quali con piccole e tenere intrusioni agiscono sui personaggi come chi crede che recitare sia gioco (play) - Fabrizio e la sua somiglianza con Ali Agca, Rosalinda che si ribella all'eccessiva immobilità di Chiara - e non atto presuntuoso dell'Attore preso dal "sacro fuoco" dell'arte - Sonia in completa sintonia con Sofia è Attrice.

Ecco che gli altri due capitoli trascinano il film in un buio e autoreferenziale intellettualismo, ad una gigionesca prova d'attrice (secondo la tradizione teatrale nostrana, data anche dall'opposizione teatro/cinema, per cui l'attrice di teatro è colei che recita - vedi la presenza delle Melato, teatro/menzogna e della Sandrelli cinema/verità). La relazione con il pubblico si sfalda, le voci si fanno via via sempre più grossolane - come per cercare un contrasto salvifico. Poteva essere altrimenti? Sofia attraverso la sperimentazione della verità o della sua ricerca, sospende il suo stato di coscienza, di veglia. Ad un provino incontra un affascinante regista francese. Lì diviene Julie, il personaggio del film. L'illusione incontra di nuovo la menzogna, come un cerchio che si chiude o come un rotolare su se stessi. I due si allontanano romanticamente abbracciati sotto il bellissimo e falso tramonto istallato allo studio 13 di Cinecittà. La conclusione di molti classici film degli anni dell'innocenza (?).
Poteva essere altrimenti, se per il resto del film, l'intrecciarsi della menzogna/verità/illusione, del loro essere o non essere, dello sdoppiamento Sonia/Sofia/poi Julie, sottrae ogni desiderio di riflessione sull'eterno contraddittorio umano? Lungi dal pensare che l'intenzione di Bertolucci fosse di umiliare l'intelligenza del pubblico, questo è ciò che accade. L'esposizione della "trinità" entra in loop, come quando ad un bambino si ripetono sempre le stesse cose credendo che poiché tale non capisca.
C'è da dire che... qualcuno ha parlato di esercizio di stile, qualcun altro ha affermato che finalmente il digitale non è stato impiegato perché più economico. Io dico che non sono queste le questioni da discutere, né pensare quanto sia interessante vedere un regista come Bertolucci con una Sony PD100 in mano (peraltro non propriamente consumer). L'Amore Probabilmente non convince in ogni caso. E un'altra trinità richiama la nostra attenzione. Digitale/realtà/basso costo. Ma questa è un'altra storia.

© 2001 reVision, Emanuela Liverani





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