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Private1h 30'
Regia: Saverio Costanzo Una famiglia araba convive con una postazione armata di soldati israeliani. E’ una delle molteplici storie che accadono nei
Territori Occupati di Palestina e che Private ricrea soprattutto per mostrare quanto un racconto privato, il particolare, possa
esemplificare una situazione generale che è storia attuale. Convivere forzatamente in una casa, in un luogo, in un territorio con un
occupante che crede di avere ogni ragione di essere lì. La famiglia della finzione ha il suo reale corrispettivo in quel tormentato
medioriente, persone tutt’ora obbligate ad essere prigionieri in casa propria.Mohammad B. professore specializzato in lingua inglese appassionato di Shakespeare, risiede con la sua numerosa famiglia in una grande casa su una collina. Postazione ghiotta per gli israeliani che proteggono una colonia israeliana vicina. Una notte i soldati irrompono in casa per occuparla, ma Mohammad si rifiuta di abbandonarla e accetta di vivere prigioniero in casa sua. Alla famiglia è destinato durante il giorno il piano inferiore, mentre durante la notte devono dormire in soggiorno chiusi a chiave; niente visite di amici, nessuna possibilità durante la notte di poter chiedere di andare in bagno. Il piano superiore è off limits, pena l’immediata uccisione del capofamiglia. Pianisequenza si succedono con una mdp che segue e insegue i personaggi per catturarne le reazioni, osservarne da vicino le espressioni; la fotografia scarna, povera, sgranata principalmente negli interni poco illuminati, secondo una tecnica già ampiamente utilizzata per realizzare film dal sapore documentaristico/reportage giornalistico. Eppure in Private la narrazione lo pretende, mentre il regista sa di dover inserire tracce visive che possano far tornare il tutto nei ranghi della finzione, quella che ricrea una possibile realtà. Il primo lungometraggio di Costanzo rifiuta le regole del cinema nostrano attuale, cerca di rappresentare uno stralcio di vita secondo una logica che è quella del realismo di stampo loachiano e quello, spogliato della ricerca del bello fotografico, tipicamente mediorientale. Ci possiamo stare tranquillamente perché la ricerca personale c’è. Dato un punto di vista alla vicenda secondo i palestinesi, il regista riesce a mantenersi distaccato - e il fatto che non appartenga ad una delle parti in causa non conta molto - e al contempo coinvolgere grazie all’interpretazione degli attori e alla scelta di pedinarli riuscendo a non invadere, e quindi inficiare, lo svolgimento delle azioni. Se al principio la posizione della famiglia B. è quella preponderante, posizione che si mantiene durante tutto l’arco del film, grazie all’incoscienza di Mariam, la figlia maggiore, si apre uno spiraglio – letteralmente, visto che ciò che vediamo dall’armadio in cui la ragazza si nasconde è una sua soggettiva ricavata da un’anta semiaperta – sulla vita dei giovani soldati. L’andare e venire di Miriam dal piano inferiore al piano superiore proibito, momenti di suspence che fanno temere la messa a repentaglio dell’incolumità dell’intero nucleo famigliare, svela il privato degli occupanti, ragazzi che suonano il flauto, che guardano una partita di calcio, che si prendono in giro; uno spaccato umano di persone che durante l’irruzione notturna apparivano meri strumenti di terrore, essere unidimensionali. Quel terrore in casa propria, che interrompe le quotidiane abitudini di una famiglia come tante seppure agiata, appare all’improvviso per minare un’unità già messa in crisi dalla convinzione del padre, la pretesa che tutti seguano il suo intento di rimanere nonostante la situazione, esprimendosi nel modo più apertamente brutale (quella pistola puntata sulla testa di Mohammad di fronte alla moglie e ai figli), oppure nella separazione, passibile di essere definitiva, che coinvolge la piccola Nada, rimasta chiusa fuori dal soggiorno durante un conflitto a fuoco, e della cui sorte si saprà solo l’indomani (la vicinanza/lontananza della bambina che ritroviamo appoggiata alla porta, ostacolo che l’ha divisa dalla consolazione della famiglia, è uno dei momenti più intensi del film). Chi è questa famiglia colta e agiata il cui padre crede - coinvolgendo nel progetto la sua scettica famiglia - nella resistenza non violenta
quale unico modo per dimostrare coraggio, per ottenere il rispetto e la libertà? Chi sono realmente i giovani soldati israeliani? Chiusi entro
mura così simili ai fili spinati virtuali e reali, ai check point, al muro che spacca in due villaggi, case, cuori, famiglie, così simili dunque
all’intera situazione israelo-palestinese, compresa l’inevitabile rabbia dei giovani arabi che tendono ad uscire dalla lezione pacifica di
un padre leader, i personaggi si studiano, si scontrano, si confrontano e sognano colloqui - Mohammad e Ofer, il comandante, chiedono pacati
l’uno a l’altro di andare via.Private sembra dirci che il nodo può essere sciolto conoscendosi, secondo un bellissimo ideale che ogni giorno si scontra con prese di posizione definitive, tanto che i B. possono gioire della partenza dei soldati solo per poco; altri soldati arriveranno e stavolta non sapremo se qualcuno di loro agirà come quel soldato che vista Mariam nell’armadio decide di non denunciarla al comandante. Intanto nella serra una bomba è pronta ad esplodere. E proprio la realtà, quella che si scontra con il sogno, ha privato la troupe italiana dell’intento di girare il film nelle vere location ripiegando sulla Calabria ma non rinunciando agli attori scelti, tra cui alcuni già apparsi sui nostri schermi, come i palestinesi Mohammad Bakri (Jenin, Jenin) e Areen Omari (Ticket to Jerusalem) e l’israeliano Tomer Russo (Kedma e Kippur). Private è un film insolito per l’attuale cinema italiano e l’impegno di Costanzo ci sembra di per se già abbastanza, a parte i premi conquistati al 57° Festival di Locarno (Pardo d’oro e il premio quale miglior attore a Mohammad Bakri). © 2005 reVision, Emanuela Liverani |
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