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Principi e PrincipessePrinces et Princesses - 1h 10'
Regia: Michel Ocelot Chi l'ha visto l'ultimo cortometraggio (non nato per una serie televisiva o cinematografica) di Michel Ocelot, del 1987, Les Quatre Voeux
(I Quattro Desideri)? Credo nessuno. Soprattutto credo nessun bambino (ovviamente). E meno male per loro. In quel piccolo film di 5' due contadini ignoranti hanno l'opportunità
di vedere esauditi 4 voeux, quattro desideri appunto. Ma l'avidità e la stupidità, paradigmaticamente - come sempre accade in Ocelot - non consentono loro di goderne:
sono costretti ad usare gli ultimi due per ovviare agli inconvenienti provocati con i primi. Così lui, per eccesso di "gola" sessuale, si ritrova ricoperto di decine di falli,
e lei di altrettante vagine. L'idea era che in tal modo il desiderio sessuale si sarebbe placato e le prestazioni amplificate.
Principi e Principesse invece è decisamente un film per bambini. Non si narra di falli né di vagine, e non volano parolacce da contadinotti, ma son mostrate principesse
e cavalieri innamorati, magiche collane di diamanti e miracolose piante di fichi, streghe cattive e "mega-radar" letali, nani fischiettanti e metamorfosi animalesche...
Insomma siamo nel pieno del regno della fantasia, ma - questo è il punto - senza i mezzi di Fantasia. E a tredici anni di distanza Ocelot continua a concepire figure sensuali, storie dal sottilissimo afflato erotico, impercettibile magari da chi non conosce bene il regista, ma chiarissimo per esempio in Kirikù e La Strega Karabà, film apparentemente solo per bambini che a tutt'oggi è effettivamente il suo unico lungometraggio, essendo tutte le sue altre produzioni o corti o raccolte di corti. Sventoli una bandiera chi in Kirikù non ha provato un'attrazione meramente sessuale per la strega Karabà, o per la mamma del piccolo protagonista, entrambe tra l'altro - secondo il costume africano - sempre a petto nudo. In Principi e Principesse questo aspetto è sicuramente molto più velato ma presente, nonostante la materia narrativa e il target preciso. Se insisto su questo punto è perché è proprio questo che fa di Ocelot un disegnatore, un grafico e un regista di prim'ordine e immediatamente riconoscibile. La sensualità è parte fondamentale del suo tratto, delle sinuosità della sua matita sia che stia colorando una scena d'amore sia che stia creando una città d'Egitto o che disegni una mela. Principi e Principesse è la risposta precisa alla disneyanità dilagante, divenuta da poco anche "dreamworksità", e tra breve, ci scommetto, "miramaxità". Invece che rincorrere
la verosimiglianza con la tecnologia digitale inevitabilmente miliardaria, si decide di puntare sull'artigianato e quindi sulla fantasia, sulle idee, spesso sulla stessa limitazione
delle idee. Per capirci, a Dinosaur o Titan AE, si contrappongono Galline In Fuga o Kirikù, oppure,
appunto Principi e Principesse. E se è vero che Dinosaur vale tanto più quanto più uno pteranodonte con testa timonata sembra vero, paradossalmete
il cinema di Ocelot funziona soprattutto quando sono i limiti ad imporsi. In questo caso i limiti sono la consapevole scelta di un linguaggio "rigido" come quello delle ombre cinesi.
Ecco che dunque non solo di Disney non ci sono i computer, ma non ci sono neppure le regole che amplificano l'elasticità e la fluidità dei personaggi disegnati, perché le ombre
cinesi sono pupazzi di cartone che hanno al massimo gambe e braccia snodate.
Solo un folle decide di fare un disegno animato (il regno dell'invenzione più libera e dinamica che il cinema abbia a disposizione, ma anche degli alti costi di produzione) e poi di popolarlo di personaggi di cui si vedono solo i profili, solo il color nero, e solo pochi movimenti rigidi. Ebbene quel folle è Michel Ocelot, che infatti ha faticato non poco a farsi finanziare questo progetto: "Questa volta, mi sono detto, forse riuscirò a risolvere l'annoso problema della quadratura del cerchio. Primo: consegnare una serie televisiva, molto richiesta sul mercato, ma senza farne una. Secondo: girare dei cortometraggi creativi e diversi dal solito, facendo del cinema che si ama fare, per il quale invece, ahimé, non esiste mercato. Terzo: lavorare con un budget molto ridotto". Folle o non folle, lui fa il cinema che ama fare, e noi vediamo il cinema che amiamo vedere... Al lavoro dunque con carta nera e forbici, camera 16mm, lampadine per i controluce e le silhouette, fil di ferro e carta Canson nera. Il risultato è nelle sale di tutto il mondo in questi giorni, sei racconti "realizzati con passione e cura, con una tecnica estremamente semplice, pura, poetica". Se l'è detto da solo, ma io sono d'accordissimo. © 2000 reVision, Federico Greco |
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