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Il Primo Respiro

Le Premier Cri - 1h 34'

Regia: Gilles de Maistre



Qualcosa davvero non va nel mondo se l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sente il bisogno d’indicare il 2009 come l’anno del respiro. Si sa quanto lo smog e gli altri vapori velenosi sono le cause principali del letale effetto serra che ci minaccia, mentre cresce in modo esponenziale la percentuale di tumori ai polmoni e malattie cardiovascolari. Sembra inarrestabile ormai l’autoprofanazione che l’umano compie incurante di dati atroci che rilevano la quota di 13 mila bambini, di un’età circoscritta ai quattro anni, vittime del travolgente furore dell’inquinamento selvaggio. Nemmeno le eccentriche terapie del dottor House riuscirebbero a contenere l’apocalittico disequilibrio capace di corrodere non solo il corpo ma anche la psiche (sono in aumento le nevrosi e le altre innumerevoli patologie della mente). Il progetto dell’OMS col suo valore ammonitorio e induttivo, indica con estrema concretezza i piccoli, grandi ed insidiosi mali della Terra, sottolineando le masochistiche colpe che ci hanno trasformati nei carnefici di noi stessi. Chissà se sia questa occasione ad aver spinto la Lucky Red, in qualità di distributore, a modificare, in traduzione, il titolo originale del toccante documentario francese di Gilles de Maistre, Le Premier Cri, mutando "cri" (grido) in "respiro".
Le metamorfosi del mondo (non solo quelle meteorologiche) costituiscono l’asse portante di questo concerto per immagini, liricamente ed esteticamente sostenuto, che traccia le linee del proprio racconto a partire dal gesto della nascita, dal vagito doloroso e liberatorio del vivente. E ci mostra così un’emblematica "fabbrica" dell’umano in nuce, l’ospedale Le Tu Du, in Vietnam, il più imponente ed esteso reparto di maternità del mondo, dove regna l’efficienza tecnologica e la velocità terapeutica. In tale luogo, 45.000 mila sono stati i parti consumati ed assistiti nel 2005 con impressionante determinazione, abilità e dedizione: le stesse doti che contraddistinguono il lavoro consumato per strutturare questo film, sceneggiato da Marie-Claire Javoy che si è basata su alcune ricerche condotte principalmente da Sarah Chrétien intorno ai casi più significativi di donne in attesa. Ed ecco così evidenziate le vicissitudini parallele, ambientate nell’affollato ospedale, di una malata di AIDS che partorisce con dolore un neonato fortunatamente sano e di un elaboratissimo travaglio (il nascituro è troppo grosso e fatica ad uscire dall’utero) stimolato prima con acqua e poi con bisturi e forbici fino all’espulsione, quando il bimbo, con il cordone ombelicale intorno al collo ma vivo, è pronto ad emettere quel primo vagito che, secondo una leggenda talmudica (così ci narra la didascalia finale recitata dall’accogliente voce di Isabella Ferrari che funge da commossa narratrice durante la visione del film), è il segno di una conoscenza, acquisita dal corpo, di vite precedenti. Tale trasmigrazione è indicata dalla presenza di un angelo che posa il suo dito sul labbro del neonato, favorendo l’oblio necessario ad affrancarsi dalle conoscenze e, come traccia, la fossettina tra il labbro superiore e la base del naso. La metafora è trasparente: mostrare la fatica del nascere e l’impressionante trauma del parto per ribadire il paradosso dello spreco e dello sprezzo di umano perpetrato dalla nostra attuale civiltà dove il progresso è annichilito dallo sviluppo (per usare le categorie di Pasolini).

E se l’elemento liquido viene simbolicamente indicato come paradigma di vita, all’interno dell’impianto narrativo di questo film, l’intenzione di de Maistre è quella di mostrarci l’orizzonte del mondo quando s’inoltra nel deserto popolato dai Tuareg, spingendosi fino alle tundre della Siberia, alla foresta amazzonica e alle foci sacrali del Gange, per poi deviare addentrandosi nei locali notturni di Parigi. Assai istruttiva è poi l’incursione nel delfinario messicano, dove l’ostetrica Adriana sperimenta, da oltre trent’anni, una dinamica di parto che coniuga le vibrazioni del delfino al moto naturale della puerpera, immersa nell’acqua di una piscina. Accompagnato da un’incantata stimolazione, il neonato nasce mentre il delfino nuota attorno alla madre. Un rapporto di simbiosi commovente trasformato in un rituale di solidarietà e favorito da una lenta e scrupolosa preparazione, attraverso l’utilizzo di un bambolotto di plastica utile ad abituare il delfino all’evento. Gaby e Pilar sono le due gestanti che si affidano all’esperienza di Adriana durante una cerimonia estatica il cui corollario è la presenza augurale dei petali di rosa, a parto avvenuto. Un altro scenario è il Maine, patria dello scrittore Stephen King: qui si narra di una faticosa gestazione autoassistita, da parte della coppia Vanessa e Mikael. I due sono membri di un ridotto gruppo di outsider (otto in tutto) che hanno deciso di vivere in comunità sulle rive del lago e a contatto con la natura, dedicandosi all’agricoltura e all’arte figurativa. La filosofia naturista del gruppo accetta il rischio al quale Vanessa si prepara con l’ausilio di pratiche yoga. In quell’Eden volontariamente difeso dall’incipiente società inquinata, il momento delle doglie è l’apice di una sfida emozionante: la creatura viene alla luce all’interno di una vasca circolare ricolma d’acqua, accolta dalle lacrime liberatorie della madre e dal suo abbraccio che è segno di un endemico, indissolubile legame. Il pudore partecipe con il quale il regista ci mostra questa vibrante scena è frutto della sua ventennale esperienza di testimone della maternità, onorevolmente consumata come autore di documentari su questo tema per la rete televisiva ARTE.

A coniugare tutte queste storie che compongono il mosaico de Il Primo Respiro è il fenomeno di eclissi solare avvenuto il 26 marzo del 2006: tutte le partorienti di cui il film ci racconta hanno sgravato in quel fatidico giorno. Il contrasto luce/ombra ribadisce, così, l’ontologico destino dello stare al mondo, la parabola dell’esistenza sottoposta alle regole incerte del discernimento umano. A fare da contrappunto a questo fitto tessuto di allusioni, spesso illuminanti nella loro esibita evidenza, c’è l’evocativa colonna sonora, brani di musica etnica affidati a Armand Amar (già candidato ai premi César per le musiche composte per Vai e Vivrai) che trova un equilibrato supporto in alcune splendide voci, come quella di Sinéad O’Connor con il pezzo "A newborn child" che chiude in bellezza il film. Voci alate che sembrano doppiare la leggerezza della danzatrice francese Sandy, colta ad eseguire sul palco un suo numero mentre gestisce il proprio ottavo mese di gravidanza.
E così Il Primo Respiro ci mostra l’orgoglioso esempio di una consapevole resistenza: allenarsi a vivere è, per gli esseri umani, l’unica possibilità di riscatto da un degrado indotto dall’oblio del profitto. Quell’oblio che non prevede l’intervento riparatore del divino e che semmai richiama su questa povera Terra, martoriata dall’incuria dei suoi abitanti, un angelo sterminatore pronto a punire l’avida madre di tutte le colpe e di tutti quei veleni che siamo condannati, qui e ora, a respirare.

© 2009 reVision, Francesco Puma