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Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e Ancora Primavera

Bom Yeoreum Gaeul Gyeoul Geurigo Bom - 1h 43'

Regia: Kim Ki-duk



Attraverso la perfezione granitica del pensiero morale il cinema di Kim Ki-duk rischia d’esser didascalico, con segni tanto chiari, e simboli che appaiono banali. E tutta la metafora trasparente, narrativa, del ciclo vitale umano ancora più scontata senza un modello drammaturgico più robusto che leghi meglio i vari "episodi". Ma ben altra è la dimensione pregnante del film. Primo elemento da considerare potrebbe essere l’inevitabilità delle azioni umane, sia quelle sprofondate nel flusso delle società "civili", sia quelle non allenate al distacco ed alla sapiente "falsa" inerzia della saggezza.
C’è un’incessante critica verso ogni facilità del vivere, un’accusa perspicua dentro alcune battute fulminanti: la risata isterica e demente del bambino, quando tende ad un’ottusa ripetizione del male verso gli animali, la rana, il serpente, il pesce; crudeltà (logicamente inutili) per soddisfare una natura in cui prevale la passione intima feroce, senza un senso preciso, identificabile. E poi la pietra scagliata dal maestro per colpire con precisione la lattina, mancata dai proiettili, oggetti tecnologici appartenenti alla proiezione "insana", "adulta", di quella stessa natura limitata del bambino.
Lo stesso processo si compie dentro la scena, nella parte centrale, che descrive i moti d’innamoramento, laddove si tratta solo di potenti pulsioni (primordiali), ritratte nelle esplicazioni fisiologiche concrete, tanto che i due amanti copulano un po’ ovunque, giorno e notte. L’omicidio è un’altra insana passione da guarire, replica del moto fanciullesco, ma dalle conseguenze più gravi per la instabilità psicologica, sfoghi che negano ogni principio di atarassia buddista (e non).

Lo spettatore è splendidamente collocato in uno spazio di sospensione, fornito di un punto di vista onnipotente dal quale lo sguardo può dirigersi sempre verso il cuore dei sentimenti prevalenti.
Il cinema di Kim Ki-duk non ha bisogno di ostentare particolari narrativi di interesse come se le azioni umane nella loro esplicazione fossero tanto semplici da poter esser mostrate col minimo sforzo, aprendo una porta con una ancora più semplice didascalia che indica il cambiamento paesaggistico per il mutare delle stagioni e un set ridotto all’osso perché la scena è sempre la stessa con l’eremo in mezzo alle acque non tanto simbolicamente staccato dal resto del mondo.
Primavera, Estate, Autunno, Inverno... e Ancora Primavera conserva l’illusione di un sistema diverso, alternativo, che è anche forma politica di convivenza civile a patto che si parta radicalmente da un nuovo contratto morale dell’uomo con l’uomo. Non si tratta di rigenerazione, ma di progresso che può essere spinto dalla scrittura. Quei segni incisi sul legno, dai colori vari, rappresentano diverse possibilità culturali laddove la fede, o semplicemente la forza dell’educazione e delle discipline (vedi anche le punizioni corporali buddiste) hanno una ragione importante, fondamentale, di cambiamento possibile purché sottoposto allo scambio d’identità. Il gioco delle immedesimazioni è imprescindibile per concepire l’altro o meramente per aprirsi ad un ordine di realtà affatto nuovo. Dove l’estetica è più che altro tensione spasmodica verso l’organizzazione di uno spazio distinto, attraente e bellissimo per la sua magnificenza non "naturale", ma ritrovata, ripercorsa, raggiunta, conquistata, come nel sublime epilogo in cui un altro sguardo può volgersi/ergersi dalla vetta verso l’eremo, verso il basso, ma da una posizione superiore effettivamente autentica perché conquistata con lo spirito.

© 2004 reVision, Andrea Caramanna