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La Prima Cosa Bella2h 02'
Regia: Paolo Virzì Nella vita, l’infelicità può provocare il desiderio di una fuga. Fuga come liberazione
o come ripiegamento in sé stessi, in grado di lenire sentimenti feriti, fibrillazioni intollerabili e vane ricerche di equilibrio.
Ed è proprio tale ricerca, una volta prigioniera del giogo depressivo, che può spingere all’afasia.Bruno è un uomo sospeso, incapace di emozioni e di slanci, stanco fin dalle prime ore della sua giornata, mentre consuma le sue lezioni milanesi in un Istituto Alberghiero. Gli accade poi, mentre è disteso su un prato, di ricevere una pallonata in testa che raddoppia l’effetto già straniato e sfinito delle sue percezioni. E’ il Bruno conformato all’aplomb sornione e disilluso dell’efficace Valerio Mastandrea, il motore di questa storia di rieducazione sentimentale delineata da un sempre più analitico e sottilmente ironico Paolo Virzì in La Prima Cosa Bella (titolo di una canzonetta, evocativa per il protagonista, a suo tempo affidata a Nicola Di Bari e ai Ricchi e Poveri). Da qui si evince che l’effetto nostalgia ha risultati terapeutici se legato a particolari illuminanti. Ma il film non dice questo, né pone concilianti paradigmi sulle possibilità di recupero del mal du vivre contemporaneo. Del resto, il regista livornese ci ha abituato all’amarostico retrogusto delle sue puntute commedie psicologiche fin da quando si aggiudicò il David di Donatello col suo film dal titolo più spensierato, Ferie d’Agosto. Nel suo penultimo, Tutta la Vita Davanti, le asprezze satiriche trovano riscontro nell’impressionante e impressionistico ritratto di un microcosmo della neo–Italietta, un call center individuato come campo di battaglia per squallide sopravvivenze. Anche ne La Prima Cosa Bella, Virzì si mostra implacabile nel tratteggiare il risveglio di Bruno dallo sconfinamento emotivo provocato dagli antidepressivi utilizzando con esemplare misura l’espediente del flashback per mostrare l’ellittica dinamica della memoria che vuole farsi immanente. E questo mai tralasciando di enucleare con efficacia le caratteristiche psicologiche dei personaggi secondari che rompono la quiete indotta dal protagonista. Ed ecco entrare in scena la sorella del nostro, Valeria (una brava Claudia Pandolfi),
trascinandolo da Milano all’odiata–amata Livorno, al capezzale ospedaliero della madre malata terminale, occasione per il proustiano
ripescaggio di emozioni. A partire dall’estate del 1971, quando Anna Nigiotti in Michelucci, viene eletta la "mamma più bella"
ai Bagni Pancaldi (il più popolare stabilimento balneare di Livorno) attirando l’attizzata attenzione dei concittadini e la
furiosa gelosia del marito Mario (Sergio Albelli), maresciallo dei carabinieri, mentre il primogenito Bruno elabora con perplessità
i propri otto anni preparandosi ai complessi di là da venire e la fragile sorella Valeria si adegua al proprio carattere conciliante
e alla propria pericolosa capacità di rimozione, qualità che provocheranno un inquietato e debolissimo sprofondamento, in età
adulta, dentro le spire di un matrimonio irrisolto. Tutto sembrò svilupparsi con l’imbarazzante evento della cacciata di casa
operata dal maresciallo Mario nei riguardi di moglie e figli. Spinta dall’occasione, all’avvenente Anna non restò che sfidare
pettegolezzi e malevolenze della sua provincia facendosi irretire dalla tentazione cinematografica. E qui Virzì recupera con
divertita nonchalance l’esperienza di set de La Moglie del Prete (girato a suo tempo a Castiglioncello) chiamando Marco
Risi a impersonare papà Dino mentre Anna è chiamata da figurante per una sequenza finendo con lo storpiare, mercé l’accento
vernacolare, una battuta del copione. La sua pervicace, felicissima incoscienza le permette, però, di recuperare ogni disillusione,
anche attraverso il semplice intonare, in autobus assieme ai figli, le note del Di Bari con un’intensità commovente. Il doppio
percorso (quello che progressivamente si va decolorando, dagli anni ’70 in poi, annunciando le cupezze dell’esplosione della
malattia) prevede due attrici a impersonare il medesimo ruolo: nel flashback c’è la bellissima e brava Micaela Ramazzotti, che
sa come illuminare le incertezze esistenziali del proprio personaggio, mentre Anna matura è una Stefania Sandrelli in stato
di grazia, capace di restituirci tremori ammalati facendo trasparire il segno struggente di una vitalità trascorsa e irrecuperabile.
Per questo riesce ad emozionarci, seguita con devozione dal regista che sa come trasformare i suoi pensieri in espressione
fino a sequenze delicatissime come quelle che vedono la madre intrecciata al figlio in un ballo all’aperto, emblematico atto
di sospensione e di quieto abbandono, nella prospettiva del possibile recupero di un legame forse mai smarrito e comunque
necessario.
La grazia del film è gestita dall’orgogliosa sicurezza del regista e servita da
una bella sceneggiatura firmata dallo stesso Virzì con Francesco Piccolo (scrittore e coautore di copioni per Moretti, evocato
dallo spirito malinconico che sottolinea il ricorso ai brani musicali) e dal fedele Francesco Bruni. Si stagliano con vigore
i caratteri di contorno come quelli del cantautore Bobo Rondelli (a cui Virzì ha dedicato il bel documentario biografico
L’Uomo che Aveva Picchiato la Testa) nel ruolo di Armando Mansani bottegaio balbuziente che offre ospitalità all’inquieto
vagabondare di Anna, mentre il duttile Dario Ballantini è l’avvocato Cenerini e un inedito Paolo Ruffini interpreta l’introverso
figlio Cristiano (di cui non sveliamo funzione e provenienza per non togliere la sorpresa di un certo sviluppo della trama).
C’è poi Isabella Cecchi ad impersonare l’arcigna zia Leda che si spende con malizia per separare la famiglia e un grande Marco
Messeri nel ruolo de il Nesi, il tragicomico vicino di casa della donna da sempre segretamente innamorato di lei. Efficace
risulta pure la scelta dei piccoli attori che interpretano i personaggi di Bruno e Valeria nell’infanzia e nell’adolescenza:
Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca negli anni ’70 e Francesco Rapalino e Giulia Burgalassi negli anni ’80. Non mancano squarci
di commedia all’italiana, corrosiva ad individuare il grottesco inquietante dei nostri comuni vizi: ad esempio, la festa di
nobili in cui si sembrano vanificarsi le aspirazioni mondane di Anna o la sua goffaggine come segretaria di un avvocato compiacente.
L’andamento da commedia innesta l’effetto, potentemente patetico del segmento finale quando lo strappo con la vita produce
minimali rivolgimenti emotivi, gesti struggenti e il morbido e avvolgente riflesso di una solidarietà organica, quella tra
madre e figlio.I segreti e le bugie sono barriere invisibili per Virzì, la nebbia letale che avvolge il colloquio tra identità che rischiano di spegnersi. Soltanto in extremis, spesse volte, è possibile che questa nebbia si diradi impedendo agli individui di chiudersi nel guscio di pulsioni autoreferenziali (come Mario che, dopo aver allontanato la moglie, continua ad amarla). E l’ingenua Anna, il suo ostinato desiderio di empatia (che la conduce ad appassionarsi persino ai programmi in tv della De Filippi) diventano, per Virzì, l’emblema di una speranza, l’antidoto di un degrado umano, sociale, politico sempre più esteso e annichilente. Alla riuscita del film concorrono la screziata fotografia di Nicola Pecorini che sembra intagliare la luce e le ombre delle epoche narrate, il montaggio vertiginoso di Simone Manetti, i costumi di Gabriella Pescucci e le musiche originali di Carlo Virzì (una nuova versione della canzone di Nicola Di Bari è interpretata, sui titoli di coda, da Malika Ayane). Non ci sorprenderebbe vedere concorrere, l’anno venturo, all’Oscar, questa commedia umana raffinata e tagliente, parabola intelligentemente consapevole sulla grazia di quella inconsapevolezza che rende miracoloso ogni atto di amore. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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