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Prima Che Sia NotteBefore Night Falls - 2h 05'
Regia: Julian Schnabel Il sogno e la paura. Il sogno di essere pienamente quello
che si è, la paura di fronte all’impossibilità di raggiungere i propri ideali.
Anzi, vedere compromessa, dall’autorità brutale di un’ideologia pervasiva, il
libero dispiegarsi della vita. Reinaldo Arenas è il simbolo
dell’autodeterminazione del sé. Per tanti motivi. Il primo è che è uno
scrittore e la vera scrittura è un fare continuo della creatività immaginativa.
In secondo luogo l’indole artistica è anche l’espressione intima e gioiosa dei
sensi e l’esperienza della sensualità in qualunque modo possa esser vissuta. Il
regime liberticida di Fidel Castro, legato a un progetto di vita impossibile,
costringe la popolazione cubana a una regola limitante le libertà personali ed
è naturale che ciò finisca per innescare una serie di reazioni politiche poiché
la persona umana è irriducibile a qualsiasi forma di violenza. Le torture, la
prigionia possono solo colpire la punta dell’iceberg, il cuore delle libertà
individuali rimarrà sempre vivo.
Julian Schnabel, dopo il pittore Basquiat, dedica un altro film alla biografia di un artista. Non è casuale, forse, giacché attraverso il racconto di queste vite si può penetrare nel dolore privato di un essere umano e questa sofferenza diventa universale riguardandoci tutti. Le immagini del film risentono tuttavia dell’immaginario artistico convenzionale ("genio e sregolatezza" per intenderci), che è in questo caso una forma del gusto di Schnabel. Procedere attraverso la suggestione dell’immagine figurativa-astratta - ed è tale stile ossimoro la sfida più grande - accompagnandola con i versi poetici o almeno la voce fuori campo del protagonista, e, soprattutto, l’estrema cura fotografica che è tesa ad un’intensa resa cromatica, espressiva, delle singole inquadrature. A volte senza una vera e propria ragione. Siamo di
fronte, nonostante l’esposizione chiara di una istanza narrativa forte e di un
preciso punto di vista, ad un cinema "pittorico-espressionista" in cui le
ombre oscure dell’anima sono assenti. Le ambientazioni sono strumentali ai
sentimenti di Arenas, alla sua particolare visione del mondo. Ciò finisce per
irrigidire e limitare l’interesse del testo. Infatti, tutti gli elementi del
film confluiscono verso un’unica direzione, o meglio si accumulano, senza che
ci sia la possibilità di introdursi in nuovi percorsi. Come se Schnabel
ripetesse in continuazione l’assunto che ci ha rivelato dopo pochi minuti
dall’inizio del film: l’artista omosessuale, la storia di una diversità
condannata dal regime di Castro e dal mondo intero (a New York Arenas sarà lo
stesso infelice). Così soltanto alcune sequenze sono più libere e anarchiche di
altre, meno assoggettate a quello che sembra un compitino dimostrativo, a patto
di vederle secondo una libera ottica spettatoriale. Come il lungo flashback
dell’incipit che ha il piacere di una lettura sudamericana o la estenuante
nuotata nell’oceano, fuga dal carcere verso la libertà. Perfino i cammei di
Penn e Depp appaiono tanto gradevoli quanto più sono avulsi dal contesto del
film.
© 2000 reVision, Andrea Caramanna |
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