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Il Diavolo Veste Prada

The Devil Wears Prada - 1h 49'

Regia: David Frankel



Per chi ha avuto o ancora ha un sogno da inseguire fino all’ultimo battito del cuore, un risultato da cercare mentre si hanno i brividi addosso, uno scopo che sembra l’unico in grado di dare un senso ai sacrifici e ai rifiuti, Il Diavolo Veste Prada può essere un simpatico e spumeggiante vademecum di furbizie e colpi bassi da tener presenti durante il percorso. Perché non sempre per arrivare dove si vuole o si merita si può percorrere la strada più dritta e spesso, per farsi notare e guadagnarsi un’opportunità, è altrettanto necessario prendere qualche scorciatoia o barare un po’.
E’ proprio questo che capita alla giovane provinciale neolaureata giunta dalla Northwestern nella Grande Mela piena di speranze per un brillante futuro nel giornalismo impegnato. La grintosa ma un po’ goffa Andy Sachs (Anne Hathaway), infatti, pur completamente digiuna di argomenti quali alta moda, sfilate e mannequin, riesce ad ottenere l’ambitissimo posto da assistente di Miranda Priestley (Meryl Streep), la demoniaca direttrice di "Runway", la più influente rivista americana nel settore fashion. La sua strategia: stringere i denti per un anno e guadagnarsi le referenze che le spianino la strada per un futuro impiego in qualsiasi altra testata della città. Il compromesso cui è condannata: finire col giudicare il mondo attraverso gli occhi di Miranda e, inevitabilmente, vendere l'anima al diavolo. Un diavolo firmato Prada. Il boss, infatti, è una donna di piglio luciferino e sicurezza demoniaca, un tiranno carismatico capace di imporsi con autorevolezza e tenere la redazione sotto il giogo di un’allerta febbrile. I suoi dipendenti la temono, gli stilisti la blandiscono, le donne la imitano.

La debuttante è destinata a farsi apprezzare perché sotto l’apparenza imbranata nasconde una mente brillante e acuta ma gli inizi non sono affatto facili: senza competenze specifiche né alcuna passione o ambizione per lo stile, sarà emarginata e sottoutilizzata fino a quando non si renderà conto che per sopravvivere in quel mondo spietato e ottenere quello che ha sempre desiderato dovrà accettare le regole del gioco. La ragazza, dapprima, ignora tutto e non crede a Stanley Tucci (il godibilissimo art director gay che suo malgrado vestirà, nei suoi confronti, i panni della fata madrina) quando definisce la rivista "un faro di speranza" o sentenzia che solo quando la vita privata va in pezzi allora "si è pronti per una promozione". Ma poco per volta si lascia affascinare dalla ribalta delle passerelle, dai bei vestiti, dalla magrezza, dalla disciplina delle sue colleghe pronte a tutto pur di perdere un chilo di troppo, e sceglie di diventare ciò che lei, intellettuale snob e anticonformista, aveva sempre rifiutato di essere: elegante, sottile, sofisticata e glamour. Per Miranda, si renderà disponibile a ogni ora del giorno e della notte, porterà a termine incarichi al limite dell’impossibile riuscendo, finanche, a recuperare alle figlie la copia del nuovo Harry Potter inedito, il tutto trovando sempre il tempo per farle il caffè, portare gli abiti in tintoria e sbrigare commissioni nelle boutique del centro. Le sfilate di Parigi, dove accompagna la direttrice afflitta per l'ennesimo divorzio, sono l’apoteosi e la fine di uno stile di vita: Miranda si salverà da un complotto editoriale, conservando a caro prezzo il suo posto; la ragazza, invece, avendo mantenuto contro tutte le apparenza un animo sensibile capace di interrogarsi sul mondo ipocrita che la circonda, andrà a fare davvero la giornalista in un quotidiano di New York, stracciando il patto faustiano ad appena un passo dal baratro.

Tratto dall’omonimo romanzo autobiografico di Lauren Weisberger (edizioni Piemme), Il Diavolo Veste Prada è un godibile quanto futile affresco sull’illusorio mondo delle vanità, efficace soprattutto grazie alla suggestiva ambientazione newyorkese, con i suoi scorci raffinati e i negozi lussuosi. Il libro, dal giorno della sua pubblicazione nel 2003 ha resistito per sei mesi nella lista dei best sellers del New York Times, si è assicurato 30 traduzioni e ha reso ricca e famosa l’autrice, passata indenne attraverso i tormenti di un anno da assistente di Anna Wintour, mitica direttrice della più celebre rivista di moda del mondo, Vogue America.
L'adattamento di Aline Brosh McKenna tende necessariamente ad adeguare i tempi dell’introspezione psicologica della protagonista propri dell’originale letterario ai ritmi del grande schermo e affida, per lo più, il mutamento di Andy al cambio di abiti e look senza badare troppo alle rivoluzioni psicologiche a monte e il film di David Frankel, formato alla palestra di Sex and the City, ha vivacità e smalto sin dalla travolgente scena iniziale che mostra la vestizione delle belle ragazze di New York che vanno a lavorare scegliendo scarpe col tacco a spillo, borse firmate e gioielleria coordinata, come soldati che si consacrino alla guerra della seduzione imbracciando le loro armi più temibili.
Il film, come il libro originale, si propone come condanna o, almeno, analisi impietosa di un universo che viene, invece, esibito in tutto il suo fascino. Non a caso "The Guardian" ha parlato di "flattire", ovvero di satira che lusinga, solleticando la vanità dell’oggetto delle sue staffilate. La pellicola è tutta un susseguirsi di toilettes, mises, marchi, griffes, la cartolina di una New York frenetica e solare e la brochure di una Parigi molto trendy, arricchita dai cammei di Valentino e Heidi Klum, con Meryl Streep a metà strada tra Crudelia e la strega di Biancaneve. I sicuri valori di intrattenimento del film sono affidati, infatti, sì ai pregi di confezione, ma soprattutto agli interpreti; e se Stanley Tucci si produce in un ruolo da Oscar, la giovane Anne Hathaway ha i numeri per non essere spazzata via da una Meryl Streep in grande forma che, partendo impenetrabile ed elegantissima su tacchi a spillo assassini, ha il coraggio, poi, di mettersi a nudo mentre sfiora l’autodistruzione: in vestaglia, senza trucco, invecchiata e sconfitta.
L’allegra cattiveria che furoreggia specialmente nella prima parte, dove i cinici sono godibilissimi e non riscattati da quella morale del tutto hollywoodiana che cerca di rendere i personaggi migliori di quello che sono, non basta a scongiurare quel fastidioso senso di incompiuto che rovina, almeno in parte, il piacere dello spettacolo. Un po’ più di coraggio nel cavalcare fino in fondo il "politicamente scorretto", senza risparmiare nessuno e cercare scorciatoie di facile umanità, avrebbe conferito al film maggior sincerità e spessore pur mantenendo integra la cifra della sua leggerezza.

© 2006 reVision, Elisa Schianchi