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Il Nemico Alle Porte

Enemy At The Gates - 2h 10'

Regia: Jean Jacques Annaud



Annaud giunge a Stalingrado e trova la Normandia di Salvate Il Soldato Ryan. Il battesimo delle truppe sul fronte, le onde scure del Volga, le barche accalcate e traballanti, le raffiche degli aerei in picchiata, le grida infernali dei coordinatori ai megafoni ("Un fucile ogni due soldati: quando muore il compagno, l’altro raccoglie il suo fucile!"), le mitragliatrici puntate contro i propri stessi uomini in ritirata. Magnifica sequenza epica, impersonale, nutrita di centinaia di corpi tra fango, acqua, fuoco e sangue, di cadaveri cosparsi sul campo come un infinito e orrendo tappeto.
Ma dopo questo stupendo esordio, Annaud fugge dal collettivo e si lancia alla ricerca di eroi e delle loro vicende esemplari. 1942: il mondo attende le sorti di Stalingrado assediata dai tedeschi; per rinvigorire gli animi nel suo esercito, il commissario della propaganda Danilov "inventa" il personaggio di Vassili Zaitsev (Jude Law), soldato dalla mira infallibile. Zaitsev diviene in poco tempo una leggenda da venerare; ma i nazisti rispondono col loro miglior cecchino: il maggiore Konig (un grande Ed Harris). Tra le rovine e gli anfratti della città, inizia per i due nemici un’ossessiva guerra privata...

Conflitti intimi, personalistici ai limiti della follia, persi dentro smisurati avvenimenti storici: è la traccia ricorrente di tutta l’opera di Annaud già dai tempi di Bianco E Nero A Colori, fino a Il Nome Della Rosa, L’Amante e Sette Anni In Tibet. Ciò che non convince è però il tentativo di armonizzare tanti spunti diversi e lontanissimi: l’astrazione western dei duelli Zaitsev-Konig, l’affresco storico dei dissidi tra Danilov e Kruscev (Bob Hoskins), il romanticismo soffocato dalla guerra tra Tania e Vassili (vedi Il Dottor Zivago), il cameratismo geloso tra Vassili e Danilov, la sofferta ammirazione della piccola spia russa Sasha per Konig (ancora Spielberg con L’Impero Del Sole)... Un eterogeneo materiale che avrebbe richiesto almeno tre ore di pellicola, ma che soprattutto sul finale brucia tante potenziali "scene madri" (Konig che impicca Sasha, Zaitsev che uccide Konig, Zaitsev che ritrova insperatamente Tania), tirandole via ad una velocità inconsulta tra ellissi e campi totali riassuntivi.

Non bastano scenografie mastodontiche e comparse a perdita d’occhio. Come un cecchino è superiore ad un soldato semplice per la precisione del suo tiro, perché sa guardare e colpire "più in là" di tutti gli altri, così un kolossal dovrebbe differenziarsi dai comuni film da trincea non solo per la sua ricchezza, ma anche per una più abile "mira" a livello visivo-narrativo, sparando immagini e situazioni forti che penetrino per sempre la memoria dello spettatore: la scalinata di Odessa, la carrozzella, il cavallo sospeso sul ponte ne La Corazzata Potemkin, o tutto quello che si sarebbe inventato Sergio Leone nel suo Leningrado... Invece, a parte i sorprendenti titoli di coda in stile costruttivista, cosa c’è ne Il Nemico Alle Porte che non sia già visto? Non certo la contrapposizione tra il tedesco Konig (altero, meticoloso, magnanimo, crudele) e il russo Zaitsev (sincero, passionale, ombroso, istintivo): polverosi stereotipi da filmaccio di Van Damme. E nemmeno l’isteria suicida che avvolge gli alti generali sovietici: a guardarli, la loro vittoria appare quasi un miracolo. Manca poi qualsiasi accenno alla dimensione "civile" della tragedia, alla guerriglia urbana che sconvolse Stalingrado in quei terribili mesi. Ma tale schematismo è un passo obbligato per un autore francese il quale, pur di compiacere gli americani, ovviamente non può non parlar male dei nazisti, ma non può nemmeno parlare troppo bene dei comunisti.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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