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La Felicità Porta Fortuna

Happy-Go-Lucky - 1h 58'

Regia: Mike Leigh



Quello di Mike Leigh è puro cinema d’autore, sganciato dalle ferree grammatiche dei generi e attento a recuperare, con moderna sensibilità, i crismi della narrazione. E questo per restituirci la consistenza delle emozioni, attraverso i risvolti più ombrosi e problematici d’identità inscritte nei contemporanei contesti sociali degradati o alienati, usando formule sempre cangianti dove la commedia si stempera nel dramma o viceversa. E’ il caso dei suoi precedenti Tutto o Niente e Il Segreto di Vera Drake, con i loro protagonisti imprigionati in cul de sac esistenziali segnati da un destino che non permette loro alcuna emancipazione da una condizione sociale imposta. Nel miracoloso capolavoro, Segreti e Bugie, l’indagine narrativa lascia emergere gli aspetti più lancinanti e veri dei conflitti familiari, enucleando le patologie sottili che presiedono gli impervi meccanismi delle relazioni umane. A stagliarsi, potentemente evocativi, sono sempre i personaggi, indimenticabili proiezioni dei magnifici teoremi di Leigh. L’ultima sua creatura, che emerge da quest’ultimo La Felicità Porta Fortuna, si chiama Poppy, magistralmente interpretata da Sally Hawkins (già presente in ruoli secondari in Leigh e finalmente promossa protagonista), vincitrice dell’Orso d’argento alla scorsa edizione del Festival di Berlino, come migliore interprete femminile. La seguiamo con crescente attenzione sin dall’incipit di questo intelligente apologo morale che inquadra la Londra delle strade di quartiere, la metropoli alienata delle periferie che somiglia a una cittadina di provincia. Con un tagliente sguardo alla Ken Loach, il regista inscrive la malinconica storia nel microcosmo di una società dissestata a cui si oppone con forza il talento positivo di Poppy. La sua visione illuminata e il buonumore che la ragazza sa espandere appare contagioso anche quando lascia intravedere tracce d’amarezza. Il suo ottimismo ostentato è uno scudo utilizzato per affrontare gli impervi rivolgimenti della sua vita assolutamente normale: bastano un paio di eccentrici stivali e la casualità dispettosa del suo esuberante look a regalarle un’allure che, però, non la fa per nulla somigliare a una Mary Poppins del nostro tempo.

Dalle prime sequenze, mentre attraversa in bicicletta le vie di Londra, notiamo il suo afflato particolare, i segni rivelatori di una personalità che resiste, giorno dopo giorno, all’afasia comunicativa dei suoi simili. Quando esce da una libreria dove ha affrontato il barbuto e indifferente tenutario, Poppy non trova più la sua bicicletta. Potrebbe essere un brutto colpo per questa simpatica maestra elementare single che condivide l’appartamento con l’amica Zoe (Alexis Zegerman), sua collega alla scuola. Ma Poppy non si lascia smontare e inizia a prendere lezioni di guida, settimana dopo settimana, dallo scorbutico insegnante Scott (Eddie Marsan, straordinario caratterista). L’intelligente minimalismo di Leigh ci restituisce i particolari dell’esistenza della sua protagonista, la prorompente vitalità delle sue missioni quotidiane: il rapporto con le sorelle minori, Suzy (Kate O’Flynn), che passa la notte prima di un importante esame in discoteca e poi a casa sua, e Helen, ombrosa e pessimista, che affronta con disagio la propria imminente maternità. E poi il partecipato colloquio con i suoi allievi, a cui insegna i segreti della migrazione degli uccelli (con un entusiasmo che rispecchia la sua vocazione al "volo"), intervenendo con dolce autorevolezza nei confronti di uno scolaro violento che ha picchiato un suo compagno. In tale occasione, nel tentativo di far recuperare al bambino l’equilibrio perduto, Poppy incontra l’attraente e rassicurante Tim (Samuel Roukin), un assistente sociale con cui, in seguito, intreccia una storia d’amore. E’ come se la radiosa e inquieta presenza della ragazza emanasse una luce rivelatoria: ciò accade durante le irresistibili lezioni di flamenco (sequenze memorabili, tra le più significative della stagione corrente) quando la goffa e spassosa nonchalance dell’allieva danzatrice Poppy entra in contrasto con la severità accademica dell’insegnante (Karina Fernandez), portando all’emersione un dramma personale di quest’ultima che sfocia in un pianto dirotto. E accade ugualmente durante l’emblematico incontro notturno con un barbone, sintomo lampante di un desiderio di solidarietà e di un bisogno irresistibile di osmosi col mondo.

La Felicità Porta Fortuna ha l’andamento allusivo e sinuoso di una rapsodia, con una colonna sonora di Gary Yershon che offre spazio al protagonismo del flauto, strumento le cui risonanze rappresentano emblematicamente il carattere aereo della protagonista. Il film si chiude con Poppy e Zoe in una gita in barca a remi su un lago nel parco di Londra: è una sintesi che allude al percorso esistenziale delle due amiche insegnanti, la trasparente metabolizzazione delle proprie esperienze. La lezione di Zoe, che invita l’amica a placare la propria empatia, profusa anche a chi non la merita (per esempio l’insegnante di guida col quale, ad un certo punto, si rompe l’incanto), non riesce a contagiare più di tanto la vocazione della protagonista. Più che una Candide contemporanea, Leigh ci presenta il ritratto di una pasionaria della convivenza, all’interno di una dimensione ironicamente realistica che non si trasforma mai in quella di una favola esemplare. Una persona come Poppy è bene che esista, anche in questi tempi cinici e dissoluti: non si può fare altro che innamorarsene, che seguirla con felicità se non "over the rainbow", almeno lungo i riconoscibili sentieri delle periferie dell’anima, quelle della Londra di Mike Leigh che tanto somigliano alle nostre.

© 2009 reVision, Francesco Puma