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Ponyo sulla ScoglieraGake no Ue no Ponyo - 1h 40'
Regia: Hayao Miyazaki Il dissidio tra la Natura e le contemporanee comunità umane non può che avvilire chi abbia
ancora a cuore le sorti del nostro devastato globo terracqueo. L’unica soluzione, in attesa di concreti giri di vita ecologici
messi in agenda dai Grandi Poteri, sembra essere quella antica della fuga. Magari una fuga nella fantasia, emulando Fujimoto,
una volta essere umano e oggi Signore del Mare, intento a solcare gli abissi con uno yacht sommergibile chiamato "Lo squalo
elefante". Seguendo questo guardiano degli oceani scopriamo un variegato, affascinante universo parallelo, uno dei tanti luoghi
fantastici che il cinema di tanto in tanto inventa: è l’incantevole mondo, dispiegato in un abbacinante concertato d’immagini
e suoni dal grande Hayao Miyazaki nel suo ultimo capolavoro d’animazione Ponyo sulla Scogliera, presentato nel concorso
della Mostra di Venezia dell’anno scorso e finalmente arrivato felicemente nelle nostre sale. L’assunto che ribadisce con leggerezza
il sacrale valore della vita si coniuga con la spettacolare visione Zen della Natura e delle sue influenze, dell’intima necessità
che dovrebbe spingere l’Uomo ad un colloquio di riconciliazione. E questo accompagnandoci nel ventre degli oceani, nelle sue
adamantine trasparenze dove sorgono inediti impasti di colori e potenti vividezze, servendosi poi della partitura sinfonica
affidata al fedelissimo Joe Hisaishi (che per Takeshi Kitano ha firmato i teneri contrappunti di L’Estate
di Kikujiro). Tale esplorazione, condotta con aggraziato ed infantile stupore da Miyazaki, è abilmente messa a servizio
della sostanza di questa limpida e poetica favola per tutti, racconto di magiche mutazioni che sono metafore del necessario
apprendistato dell’età preziosa (l’adolescenza e i suoi eterni ritorni).
Al centro della nuova storia del Kurosawa dell’animazione c’è dunque una pesciolina rossa dal rubicondo volto infantile che
inizialmente conosciamo col nome di Brunilde, intenta a fluttuare con entusiastica vitalità fino a quando, schivando reti e
rifiuti sottomarini che incombono, rimane incagliata con la testa in un barattolo di marmellata, raccolta sulla riva da Sosuke.
Questi è un vispo bimbo che vive su una casa in cima ad una scogliera in compagnia dell’energica madre Lisa, abbastanza pietoso
da liberare la pesciolina, da lui ribattezzata Ponyo, per metterla in un secchio verde e trasformarla nella sua nuova amica.
Lei ricambia detergendogli con la lingua una piccola ferita, immediatamente desiderosa di mutarsi in fanciulla per assecondare
la candida tenerezza del piccolo salvatore ed assaporare pienamente le gioie della vita, comprese quelle alimentari (si scopre
golosa di prosciutto). Ma il legame tra i due sembra costituire una minaccia per l’ordine naturale delle cose e trova la ferma
opposizione del padre di Ponyo, Fujimoto lo stregone dei mari, pronto a tutto per impedire la metamorfosi della sua buffa pesciolina.
Lei però si ribella arrivando a gettare nell’oceano l’elisir detto Acqua della Vita, in grado di promuovere mutazioni fatali
che sconvolgono la fino ad allora regolata comunità. Mentre le sorelle di Ponyo si trasformano in gigantesche onde a forma di
pesce, che alimentate dalla tempesta, formano uno tsunami in grado di travolgere il villaggio, la stessa pesciolina diviene
una Valchiria con tanto di mani e piedi, cavalcando le onde con relativo commento del celeberrimo brano di Wagner, per poi
suggellare l’amicizia con Sosuke con una calda bevanda ristoratrice al miele (mentre fuori la Natura infuria) preparata da Lisa.
Il mondo marino e quello terrestre sono traumaticamente entrati in collisione e il caos regna sovrano con le navi mercantili
arenatesi al largo, mentre Fujimoto tenta con tutti i suoi mezzi, anche perfidamente, di far ritornare la bimba nel suo habitat
naturale. Spetterà alla Gran Mamare, la gigantesca madre di Ponyo e dei flutti, nuotare a filo d’acqua intercettando con saggezza
le parole dei marinai per ristabilire l’ordine perduto.
Emerge così, come nelle altre opere di Miyazaki, il tema della tolleranza e del dialogo come necessario viatico di armonia
tra le cose e tra gli esseri umani. Ogni lontananza, anche quella che provoca struggimento, se è fisica può essere compensata
dalla concreta tensione interiore, quella capace di unire le anime. Il film ci mostra il personaggio del padre di Sosuke, capitano
di una nave mercantile, costretto a lunghe assenze che intristiscono la moglie mentre il figlio si ostina a comunicare con lui
con segnali morse lanciati da un faro. Non è l’unico gesto d’amore che Miyazaki esalta: in fondo, persino il catastrofico tsunami
è provocato dall’afflato d’amicizia di Ponyo, segno che il sentiero in grado di unire dimensioni opposte è frastagliato ed
irto di ostacoli. Tuttavia vale la pena di battersi per saldare amore ed amicizia, per sconfiggere il vuoto opprimente dell’animo,
perché l’equilibrio biologico possa coincidere con quello emotivo. Così la favola echeggia le antiche indicazioni dei miti,
le sapienziali lezioni sulla necessità di sconfiggere il caos. A vincere deve essere l’innocenza, ritrovata pure nel semplice
incrocio di sguardi, nel trasparente desiderio di conoscenza che è la caratteristica elettiva della dimensione umana (per questo
commuove, con la sua evocativa sintesi, la scena di Ponyo che incontra l’esperienza di un neonato, rispecchiandosi in quello
stupore primario, mentre altrettanto toccante è l’incontro tra Sosuke e le anziane ospiti del centro di cura "Casa dei Girasoli",
dove lavora la madre e dove egli spende dialetticamente un moto di trasparente solidarietà). Elaborare con determinazione ogni
possibile soluzione alle catene del dolore, della vecchiaia, della solitudine è l’invito che appartiene alla magnifica retorica
ammonitoria dell’autore de La Città Incantata e de Il Castello Errante di Howl: le
anziane sulla sedie a rotelle torneranno nuovamente a correre per magia solcando un verde paradiso possibile ritrovato nelle
profondità marine.
Tagliente e mai retorica meditazione sui valori fondamentali della natura umana, Ponyo sulla Scogliera è un’autentica elegia
sul miracolo della vita che sconfigge tutti i suoi più aspri dissidi, formidabile scheggia poetica che conserva la fresca
ispirazione di uno dei suoi primi lavori, Il Mio Vicino Totoro. Da quel capolavoro la carriera dell’ormai sessantottenne
cineasta giapponese è un crescendo di sorprendente creatività: il suo universo iconico è riconoscibilissimo, capace com’è di
alimentare l’immaginario di più generazioni (chi ha dimenticato serie televisive come "Lupin III" e "Conan il ragazzo del futuro",
per citarne solo alcune). Le sue fantasiose trasfigurazioni, i suoi apologhi minuziosamente definiti sono entrati di diritto
nella storia del cinema esaltando il valore e la misura di un metodo compositivo, lontano anni luce da quello digitale (e non
solo quello americano della Pixar e della Dreamworks), che utilizza la tecnica tradizionale (per questo film sono stati coinvolti
settanta artisti per centosettantamila disegni) a favore di una sorprendente duttilità creativa.Conviene, dunque, immergersi nel mondo incantato di Ponyo sulla Scogliera, seguendo la rotta di un pensiero sapiente che si fa immagine e suono, cinema purissimo in grado d’incastonarsi nella nostra memoria riannodando quei fili del tempo lungo del pensiero e dell’emozione a cui allude la delicata canzoncina finale dove un figlio dialoga col padre. © 2009 reVision, Francesco Puma |
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