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La Ragazza Sul Ponte

La Fille Sur Le Pont - 1h 30'

Regia: Patrice Leconte



Accostarsi fiduciosi ad un Leconte, in tempi recenti, era impresa di fede assoluta. Difficile perdonare cadute di stile come quelle di Tango, o Ridicule (così inultilmente cinéma de papà), ad un regista capace del rigore intenso dell'Insolito Caso Di Mr.Hire, o di un film magico, e sensuale, come Il Marito Della Parrucchiera, tra i più misteriosi film dei perduti anni Ottanta. Senza che si possa gridare al miracolo, con La Ragazza Sul Ponte Leconte recupera almeno quella capacità che lo aveva reso famoso: il talento di suggerire un'atmosfera, di tracciare la linea, ora triste, ora allegra, prevedibile sempre, del destino. La ragazza è, come si può immaginare, una gentil donzella che dal ponte del titolo vuole lasciare per sempre questo mondo crudele. Fragile, piena di problemi, circondata da assistenti psicologi che la sondano in continuazione. Il gesto fulmineo che la salva dalla sicura dipartita viene da una mano allenata, appartenente ad un lanciatore di coltelli. Il legame che si stringe tra i due sarà il motore trainante per un romantico giro d'Europa. Fin verso il punto nel quale la predetta linea del destino s'infrange contro il finale della storia.

C'è l'atmosfera circense, che aiuta. Magica di per sé, scintillante, affabulatrice, densa di richiami e ricordi che lo spettatore ha introiettato con serena potenza. C'è il bianco e nero, ed anche questo aiuta. Decisione difficile e rischiosa, quella di Leconte, per risollevare le proprie sorti. Ma, come in Juha di Aki Kaurismäki, la qualità fotografica, piena di luce ed assolutamente "esatta" nel disegnare i contorni delle figure regala un fondale incredibile allo sfrangiarsi della storia. C'è Vanessa Paradis e, incredibile dictu, anche questo aiuta. Svezzata dai ruoli di adolescente piccante e un po' lolita, si mette a fare il bersaglio per i coltelli di Daniel Auteuil (aiuta meno, lui, da qualche film in preoccupante crisi di ripetitività espressiva), ed è una pagina bianca sulla quale si scrive un romanzo di amore, disperazione, necessità e morte ventura. I colori del melodramma macchiano la lucentezza del bianco e nero, incrostano positivamente le possibilità della vicenda lasciando scendere un piacevole alone di fascino confuso. Rumore delle ruote dei carri del circo, il senso del peregrinare, quell'incredibile scelta, la vita o la sua negazione, legata all'atto del lanciare un coltello contro un corpo umano. Un fatto di precisione, ed assennatezza. Come l'amore.

Se solo Leconte non la prendesse così "ariosa", intossicando l'asciuttezza di alcuni passaggi, e sottolineando sin troppo le relazioni (come un Carax in debito d'ossigeno), La Ragazza Sul Ponte avrebbe ben poco da invidiare alle sue cose migliori. Così invece la scorrevolezza è talora compromessa, e si perde l'intensità che promana dal rapporto tra i personaggi, trasformata in deja-vu ed inutile insistenza. Ma si può sognare, e commuoversi anche. E sperare, perché Leconte è tornato in forma.

© 1999 reVision, Riccardo Ventrella



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