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Pollock2h 02'
Regia: Ed Harris Anni esplosivi per Jackson Pollock, dal 1941 fino alla morte su una strada di Long Island nel 1956. Arte e vita, un connubio
straziante. Arte che pretende, vuole gratificazioni, riconoscimenti, sicurezza, e al contempo rivendica libertà, potere, disprezzo. Una dannata possessione
che fa dimenticare tutto il resto. Ed Harris è riuscito a mostrare l'esaurimento di una vita per l'arte, per l'impellente necessità di esprimere qualcosa
di sé. Questa urgenza divora la vita di Jackson Pollock. L'alcol è lo strumento per avvicinarsi all'oblio dei sensi, penetrare il segreto che rivela il
sublime, l'atto unico e irripetibile del gesto artistico, figurare la forma, il colore sulla tela. Il tormento continua incessante a causa di questa ricerca dolorosa,
non troverà mai un'effettiva mitigazione. Harris capovolge la narrazione (si tratta di un ribaltamento illusorio?): inizia dalla fine il film. Vale a dire dalla
scena in cui, in un'atmosfera ipnotica, Pollock, già famoso, è circondato da decine di ammiratori che chiedono autografi. Una ragazza in particolare si sta
avvicinando con la pagina di "Life" in mano, quella pagina che ha reso celebre anni prima Jackson Pollock. Lo sguardo di Pollock è perso nel vuoto.
E il film riprende "nove anni prima". Pollock è sempre lì con l'occhio lucido e perso. L'incontro con Lee Krasner (Marcia Gay Harden) è decisivo.
Lee Krasner è la vera protagonista dell'azione, la donna a cui si deve ogni movimento della vita di Pollock. Non a caso la fine tragica del pittore, per incidente
d'auto, avviene subito dopo l'abbandono di Lee. Mentre il percorso pittorico, dalle ispirazioni messicane (Siqueiros, Orozco, Rivera) alle tecniche più astratte
del dripping, è stimolato, quasi organizzato nei suoi più saldi tracciati dalla moglie Lee, la quale sembra aver capito fin dall'inizio la genialità
del marito. Ma sa anche che tale singolare energia espressiva ha bisogno di argini grossi per essere addolcita e diretta verso qualcosa di concreto, perché facilmente
può disperdersi o dissolversi nella furia nichilista d'una bottiglia d'alcol in più, o in un capriccio sessuale (ma alle amanti, come Ruth/Jennifer Connelly,
mancherà proprio la percezione di una personalità che ha bisogno di attenzioni speciali).
Pollock coglie le stratificazioni psicologiche di una
coppia, l'interazione misteriosa di due caratteri, sospesa e spesso silenziosa, ben rappresentata nel film anche attraverso i luoghi comuni, i litigi, le esplosioni
di rabbia che si placano con lo scambio leggero di sguardi. In una prospettiva semplicemente di "visione" il film delude per la sua classicità (da biopic)
fin troppo austera e stritolata dagli standard e stereotipi sull'artista maledetto. Harris sembra non voler mai prendersi la responsabilità di un'immagine più
ardita (forse proprio per rimanere in una dimensione umile, prettamente umana: lo dimostrerebbe l'indifferenza importante degli innumerevoli parenti "modesti" di
Pollock verso la sua arte). L'esempio citato di montaggio è poco più che brillante, solo se considerato come metafora di circolo vizioso, mentre più
normalmente lascerebbe supporre il banale inquadramento, per esigenze narrative, di un periodo temporale che ha caratterizzato l'ascesa del pittore, insomma il momento più
significativo della sua arte. Un tipo di focalizzazione che troviamo nel novanta per cento dei film biografici.Ed Harris, davanti la mdp, appare sempre concentratissimo, quasi in trance; esprime coraggio, tristezza, sconforto, forza, ribellione, arroganza, presunzione, rabbia, spesso con una sola smorfia del volto. Non è poco. © 2003 reVision, Andrea Caramanna |
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