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Pola X

2h 05'

Regia: Leos Carax



Abituati allo schermo come ad un prolungamento del corpo, assuefatti ad immagini d'ogni tipo, abbiamo bisogno, talvolta, di un incidente fortuito che disintegri il meccanismo della visione passiva, del consumo illimitato di finzione: l'incidente è l'arte, luce incerta appena percepita nel cine-torpore quotidiano che pesa sugli occhi dei condannati allo sguardo. Abbiamo bisogno anche di parole per dire quando passa la bellezza, di sensi pronti ad afferrare saldamente il poco che resta nella memoria delle cose importanti. Un film come Pola X di Leos Carax è una cosa importante. Una manciata di proiezioni, poi la scomparsa dalle sale. I pochi che si sono imbattuti in Pola X conserveranno (al di là della reazione emotiva ad una visione comunque disturbante) un'impressione forte di potenza straripante, incontrollabile. Che determina l'implosione spettacolare della macchina cinematografica, disintegrata e marginalizzata, poi ricomposta a generare uno stile altissimo e impossibile. Un film maledetto che rimastica la vena bohemienne degli Amanti Del Pont-Neuf, con la consapevolezza della morte del cinema però. Una morte necessaria, se per l'Europa s'aggirano fantasmi come questo Guillaume Depardieu, saggio rottame (Dostoevskij? Melville?) claudicante, ombra d'uomo votato al martirio che trascina con sé, nel gorgo, le donne della sua specie di vita. Perché nessuno è veramente innocente.

Diviso in due emblematici capitoli, il film di Carax è percorso da una presa di (in)coscienza prima latente poi manifesta, e totalizzante. Lo stile, come detto, svetta superbo sopra decenni di cinema europeo, e lo si capisce dalla sequenza d'apertura, un ardito dolly in continuità che suona come uno spartito a quattro mani firmato Hitchcock-Zemeckis, con la macchina da presa che dal prato d'un castello di Normandia si spinge ad indagarne l'interno. Una fanciulla che dorme, una "donna in attesa" si direbbe con Bergman; poi lo Scrittore, il maudit, s'introduce nel racconto con la violenza degli anni giovani, con il disordine dei rapporti che lo legano ad una madre desiderabile (Catherine Deneuve, utilizzata alla Ruiz come pezzo di cinema). La vita di Pierre, che scrive romanzi sotto pseudonimo, sembra scritta da altri: l'amore di Lucy (la ragazza della prima inquadratura), l'amicizia di Thibault, il ricordo di un padre celebre, sono tante gabbie che chiedono d'essere travolte da una rabbia ingiustificata, distruttiva. L'innesca un incontro col proprio angelo nero, una donna dell'Est sofferente che gli si presenta come sorella: d'ora in poi niente sarà più uguale. L'ora delle scelte trascorre con l'immersione in un mondo sotterraneo, cupissimo che accoglie la confessione dell'angelo; lei e Pierre si muovono in una foresta coi contorni annullati dal buio, Carax li precede badando a spezzare l'azione meno che sia possibile, e a far emergere da quel buio appena il pallore metafisico dei due personaggi.

Il tratto saliente, a livello linguistico, della prima parte di Pola X, è un lavoro splendido sulle figure tipiche di ripresa, a cominciare dalla pratica del controcampo che per Carax non è mai inutile ridondanza, non ripetizione, ma invece variazione continua, assenza, spostamento, messa a fuoco dell'eccentrico. La seconda parte, squilibrata e intensa, persino delirante, cambia registro e s'imposta per negazione: la Parigi invisibile delle fabbriche dismesse, degli alberghi da quattro soldi, dei rifugiati da tutto. La "Parigi fuori", un posto senza luoghi che distrugge il peso della Storia che ancora grava sui personaggi del film. Pierre diventa un portatore di morte, uno spettro che insegue ed è inseguito, e che s'impadronisce faticosamente, negando (e vedendosi negata) ogni cosa, di un'identità. Il sesso praticato coincide col sesso filmato: come ne Il Diavolo In Corpo di Bellocchio, la sequenza dell'amore fisico tra Pierre e il suo angelo conduce verso l'anti-naturalismo mediante l'eccesso di realismo. E scandalizza.
Il tema centrale del film, la ricerca della verità, guida l'azione del protagonista secondo una logica inflessibile: indietro non si torna. Nemmeno Carax ha intenzione di concedere alcunché allo spettatore, di risolvere i personaggi e i dialoghi, di riannodare tutti i fili del racconto: meglio un taglio netto, sensibilmente doloroso, che metta fine al disastro.

© 1999 reVision, Luca Bandirali





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