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Delitto Sul Po

1h 15'

Regia: Antonio Rezza e Flavia Mastrella



Delitto Sul Po è stato concepito originalmente come uno sceneggiato a puntate della durata di 30 secondi ciascuna. Successivamente queste parti sono state riunite mantenendo il nero, che doveva significare la conclusione della puntata, come momento di passaggio tra un giorno e l’altro, ma anche come pausa riflessiva (tra l’altro quei 5 secondi di nero aiutano a ridere senza perdere le battute successive). Girato nell’agosto del 2000 sul delta del Po con un budget ristrettissimo, il film diviene tale solo al montaggio realizzato con la partecipazione di tutti gli attori/amici vestiti da personaggi, in modo che se fosse stato necessario aggiungere delle scene, si era già pronti a girarle subito. Su una struttura narrativa molto esile (un delitto, le indagini, l’arresto dei presunti colpevoli) si svolge tutta la visionarietà di Rezza e Mastrella, la loro concezione stilistica del tutto autonoma rispetto alla prassi cinematografica, anche quella più anarchica. Delitto Sul Po forse non è nemmeno un film, è in contrasto con qualsivoglia esigenza visiva comune, è senza tradizioni e priva di ogni appiglio a priori cui rivolgersi per decodificarne il linguaggio espressivo. Oltre le battute che mirano al divertimento (chiaramente anch’esso non omologato), esiste una lettura inequivocabile, testimoniata dalla continua presenza dell’assassinato. Mentre il commissario D’Angelo (Rezza) insegue e arresta i colpevoli o presunti tali, mentre la stampa tallona la polizia per indurla a concludere positivamente le indagini (il classico circo dell’informazione di cronaca in una società che si vuole veramente informata dei fatti, quando poi non lo è mai, proprio a causa dell’eccesso d’informazioni), il cadavere - l’ironia sferzante del duo è al limite dell’humour nero, in realtà è ridicolizzazione della tragedia - è lì a ricordare che non ci si occupa più di lui, che non è più, non lo è stato mai, il nodo da cui è partita la vicenda. Il movente? Non ha ragione d’esistere, esiste invece la violenza, la quale appartiene agli assassini - da sottolineare che sono proprio quelli arrestati - come alla polizia - i suoi modi mettono in discussione anche la violenza come esclusivo “patrimonio” dei criminali e quindi i criminali stessi. Non è fortemente contemporanea la scelta dell’argomento? Il morto è, quindi, violato nella sua sacralità, come ben c’indica la scena dello stupro attuato dal commissario sul cadavere (una penetrazione da torace a schiena), quel sacro identificato palesemente dalla Madonna Francese, di cui uno degli assassini è devoto - e la cui apparizione mette in seria difficoltà D’Angelo -, ed evidenziato dalla Marcia funebre di Beethoven.

Secondo quella maniera che li contraddistingue da tempo, Rezza e Mastrella provvedono, tramite scelte stilistiche e recitazione, a cancellare la possibile prevaricazione del testo negandogli l’originaria serietà, per dar luogo alla trasfigurazione in assurdo derisorio della tragedia. Lo spazio dell’azione è minimale, è naturale, in cui l’acqua è elemento di forte metafora - è purificazione nello scorrere del fiume, è sozzura nella stagnazione invisibile delle damigiane presenti nel commissariato, dove fra l’altro avviene la rinascita di D’Angelo, in una vasca da bagno, in donna magistrato -, è instabile nell’obliquità delle inquadrature, delle lente panoramiche. I personaggi sono ridicoli fantocci di una realtà seriamente messa in discussione - i volti che si muovono all’unisono con un ventilatore, il capitano Harris dall’indole americana cui a volte sono abbinate le cassette del metodo Shenker, la violenza perpetuata sempre con metodi irrisori come per esempio il solletico utilizzato come arma del delitto -, parvenze di una quotidianità sospesa nell’aspetto ma non nella sostanza.

Delitto Sul Po è un piacevole e sano delirio iconoclasta di 75 minuti - sembra durare di più a causa di quei neri cui non siamo abituati e che, è vero, spazientiscono -, realizzato con enorme libertà creativa, pericolosamente fuori d’ogni schema e passibile d’invisibilità, se non fosse stato per Gianluca Arcopinto il quale ha intenzione di aprire un vaso di Pandora composto di altri film che diverranno tali grazie alla loro futura vita sugli schermi - così è iniziata la “primavera della Pablo”.
Per quanto riguarda Rezza e Mastrella rimane da ricordare che Delitto Sul Po non può in nessun caso essere liquidato secondo le fin troppo svilite regole del bello e del brutto; queste regole qui lasciamole agli strenui difensori di un cinema statico, che può ritrovare vitalità anche (soprattutto) grazie a chi non segue regole di un gioco che non li (ci) diverte.

© 2002 reVision, Emanuela Liverani





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