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La Cosa Più Dolce

The Sweetest Thing - 1h 25'

Regia: Roger Kumble



Nella incertezza che caratterizza la distribuzione dei ruoli, nell'analfabetismo sentimentale di ritorno che avvicinano il grande freddo che dura ormai da tanti, troppi anni ad una rimozione delle contraddizioni reali che sono anche (è facile dimenticarlo) piccoli equivoci senza importanza, fa bene riscaldarsi un poco grazie alla visione di questo La Cosa Più Dolce, dove è evidente il tentativo di risolvere le aride geometrie esistenziali di tre amiche - indecise se buttarsi nel grande gioco della vita o se guardare gli altri, soprattutto l'altro sesso, un po' di traverso, in attesa di trovare finalmente la ricetta giusta - con le armi dell'ironia e di un femminismo un po' "double face".
Ma quanta fatica nel riuscire alla fine a prendere per vere le vecchie ricette, quasi la cifra dell'eccesso continuamente esibita fosse altro dal buon metodo per riuscire finalmente a vedere, al punto che sorge inevitabile la tentazione di arrivare a definire gli incidenti sentimentali e (soprattutto) sessuali come una sorta di allucinazione condivisa, utile ad allontanare la visione di quelle alterazioni nello spazio tempo (vedi la vera e propria macchina del tempo attivata da Christina Walters - Cameron Diaz mentre indossa antidivisticamente il look di Madonna o di Olivia Newton John) che fanno tanto paura, soprattutto perché comunicano l'impressione che il tempo in questi ultimi trent'anni in realtà non sia mai trascorso e soprattutto che poco esso abbia a che fare con la nostra carne e (perché no?) anche con i nostri muscoli.

La Cosa Più Dolce diventa così una sorta di camera di compensazione, dentro la quale è necessario esercitarsi a sopravvivere in un ambiente virtuale che poco assomiglia ai nostri sogni e persino - per quanto possa sembrare paradossale - ai nostri desideri.
Sì, perché sono proprio le strategie del desiderio le grandi assenti in questo gioco dei contrari, dove tutto è se stesso e anche il proprio opposto e nulla è veramente alla portata di e nulla vale veramente la lotta, come sembra intuire Christina Walters, di certo il personaggio più consapevole della sostanziale inutilità della ribellione che sembra incarnare.
Non però, è bene precisare, nel senso che questa ribellione ha smesso di avere dei nemici da combattere, quanto perchè essa ha dovuto assistere ad un processo di svuotamento dei ruoli e purtroppo anche degli ideali, quegli ideali la cui parodia rischia di essere la vera ragion d'essere del "Grande Barnum" nel quale si sta mediaticamente trasformando quella che siamo abituati a chiamare vita (in attesa della messa in onda di definizioni più divertenti o ironiche o paradossali).

© 2002 reVision, Marco Marinelli



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