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L'Uomo In Più1h 40'
Regia: Paolo Sorrentino Perché il cinema diventi espressione intensa, "pensante", occorre una
sincera corrispondenza sentimentale con la materia messa in scena. Paolo
Sorrentino, che è anche sceneggiatore di L'Uomo in Più, dimostra una
sapiente percezione dello sguardo, capace di cogliere direttamente il dolore
delle esistenze descritte. Il mondo del calcio da una parte, negli anni
ottanta, quando ancora alcuni calciatori, anche quelli più famosi, sapevano di
dover fare i conti con la durezza del loro mestiere. Un lavoro di pochi anni,
durante i quali si deve accumulare più denaro possibile perché il futuro è
incerto, e si possono annidare così la tentazione delle partite truccate e le
scommesse illecite. Dall'altra parte un cantante che è in cima al successo, e
tanto più è in cima, più è facile che egli cada nel baratro: la sua gioia di
vivere si spinge agli abusi della cocaina e si espone al rischio che il sesso
con una minorenne lo faccia condannare dalla opinione pubblica, e il
deprecabile crimine ne causi il forzato oblio. I due personaggi hanno lo stesso
nome, Antonio Pisapia, come se in fondo appartenessero al medesimo destino di
ascesa e terribile rovina.
Nel modo in cui Sorrentino segue i suoi personaggi, con movimenti sinuosi ed avvolgenti, lenti e laterali della mdp, c'è sempre un sentimento di paziente attesa, quasi di stupore nel cogliere le reazioni dei personaggi di fronte ai vari eventi della storia anche quelli più apparentemente insignificanti, come il calciatore che, visibilmente preso dall'impulso sessuale per una donna appartenente alla borghesia ricca e colta, finge di interessarsi al teatro anzi, precisa, alla danza classica. Naturalmente il sentimento dominante è quello della tristezza, che appare inscritta in ogni gesto della vita di entrambi i personaggi: il cantante nella parte gaudente ed eccessiva rivela una dimensione fortemente dolente che è legata alle radici, la sua famiglia, una disgrazia in mare, la madre ed una figlia con cui ha smesso di parlare ed il padre che non raggiunge neanche per il giorno del funerale; il calciatore tenta di fare l'allenatore quando è capitano della squadra, ma non è mai ascoltato, e i suoi affetti confermano il sospetto di esser vitali solo perché corrotti da interessi economici, come mostra la fidanzata che lo tradisce prima e lo lascia dopo l'infortunio che lo allontana definitivamente dai campi di gioco. Insomma, pare davvero che la disfatta sia una sorta di
ineluttabile peso cosmico, che non risparmia nessuno, il destino beffardo è
sempre in agguato, la vita sempre pronta a ribaltarsi. Nondimeno trattasi anche
di un ritratto al negativo dei falsi rampanti anni "yuppie" ottanta,
decennio che psicologicamente sembra aver conosciuto l'estenuante operazione di
rimosso di fronte alla ingannevole prospettiva di una possibilità di successo
per tutti, ma anche di tanta volgarità del denaro. Eppure di fronte agli anni
novanta questi personaggi, sembrano ancora persone in carne ed ossa, la
mediatizzazione degli anni successivi non è ancora sopraggiunta, mentre fa
capolino la tv spazzatura, ma ancora vedibile, degli osceni teatrini del pianto
e delle confessioni pubbliche, ma è difficile ipotizzare una mutazione
antropologica che si dimentichi delle dimensioni intime dell'umanità. L'Uomo
in Più è anche metafora di una crescita, iniziata in parte negli anni
ottanta, che non ha mai avuto luogo, e che alla fine descrive solo l'orizzonte
temporale del vissuto senza evoluzione della specie umana o di un futuro che
possiamo guardare solo con la flebile speranza di non ripetere errori e
sofferenze del passato.
© 2001 reVision, Andrea Caramanna |
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