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Crescere, cioè discendere.
Il "Pinocchio" di Roberto Benigni



E' inutile chiedersi fino a che punto il "burattino maraviglioso" costituisca un richiamo ai misteri dell'antichità, al ciclo di vita, morte e rinascita che è appello rivolto agli spiriti nobili perché accolgano quel desiderio nascosto nell'animo umano che vuole la trasformazione, la ricerca di una consapevolezza maggiore delle possibilità che il mondo si incarica così spesso di smentire, di contrastare e di avvicinare al proprio sentire, all'immobilità dei codici che impediscono di pensare, di creare.
E' inutile perché il rumore del mondo non saprà mai ascoltare sul serio quelle avventure magiche, a tratti perfino perturbanti che vogliono dire quanto l'uomo è lontano dal comprendere i rischi della meccanizzazione del mondo, che potrebbero portarci a negare quelle "nuove invenzioni" che costringono il corpo e i sensi ad assumere posizioni nuove per conservare un equilibrio ovviamente instabile.
E allora ben venga anche il Pinocchio di Roberto Benigni, esperienza che chiaramente combatte l'inautenticità del Si, del "si pensa" e del "si dice", purché si sappia comprendere che il silenzio che precede ogni rivelazione autentica, ogni superamento dell'angoscia e della paura di vivere in un nuovo inizio della propria storia personale, in nuovi metodi di organizzazione dell'esperienza è qui quasi completamente assente, rimosso a favore di un richiamo forte all'"autorità della conoscenza individuale", che sola può costringere l'individuo a liberarsi dalle catene che lo tengono legato ad un sistema di rapporti dove il meccanico sostituisce l'organico.

L'ambiguità del maestro Collodi, che mentre sembra assumere il ruolo del benpensante che istiga il discolo a far sua la "normalità" borghese tenta di non mettere completamente da parte l'aspetto ambiguo, eversivo del suo originale protagonista si scioglie quindi in un sentimento oceanico del mondo che si struttura diversamente a seconda delle "stazioni" che messe assieme costituiscono un luogo fantastico, dove sperimentare una modalità di reincantamento del mondo che fortunatamente non è semplice discesa nelle profondità dell'inconscio che precede la conquista di preziose doti di preveggenza, ma è avventura dell'intelligenza e della volontà che tentano di non sottrarre completamente l'individuo al mondo del mito, della favola, dove vivono costellazioni di simboli che sanno parlare al cuore prima ancora che alla mente.
Tutto questo tuttavia presenta un limite evidente, che è quello costituito da una metafora che implica una nostalgia e con la nostalgia la sensazione di un mondo definitivamente perduto, perso alle capacità rigenerative che sono implicite in ogni rituale, anche cinematografico, che fa riferimento all'elemento energetico della nostra anima.

© 2002 reVision, Marco Marinelli