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Pinocchio1h 45'
Regia: Roberto Benigni C'era una volta... "Un Re!" diranno subito i miei piccoli lettori. No, ragazzi, avete sbagliato. C'era una volta un attore chiamato Roberto
che nella vita si era trasformato in tantissime cose: giullare situazionista per la Tv, fantasma felliniano in FF.SS., clone di Totò in Non Ci Resta Che Piangere,
erede di Peter Sellers ne Il Figlio Della Pantera Rosa, neorealista magico per Jarmusch, pierrot lunare per Fellini... Poi un giorno Roberto si invaghì di una bella favola
antica e volle adornarla con fior di attori e professionisti, dialoghi brillanti, scenografie incantate... Era scientificamente impossibile che il suo Pinocchio (blindato
da 900 copie in distribuzione) potesse non piacere. Ma c'era ancora un balocco che mancava a voi bambini un pochino più esigenti: un regista vero. Cosa gli sarebbe costato
farne salire uno nella balena della sua produzione? Perché è inutile raccontar bugie, quella era un'assenza che faceva danni: riprese casuali da troupe televisiva; interpreti
(a parte un intenso Carlo Giuffrè) male inquadrati e male utilizzati; il solito Piovani che piovaneggiava e (a parte la divertente canzone finale) perdeva alla grande il confronto
con le indimenticate cantilene di Fiorenzo Carpi nel Pinocchio di Comencini; e il contrasto tra l'irrealtà pseudo-felliniana del villaggio e il naturismo quasi documentario
della campagna restava completamente irrisolto...
Scusate per questa medicina amara, ma in fatto di stile visivo il nostro Roberto l'era ancora all'abbecedario (anche se quattro anni prima certi forestieri gli avevan regalato addirittura un Oscar, ma questo era accaduto nel lontano paese di Acchiappacitrulli, dove tutto può accadere). Ciononostante, impossibile negare la genuina euforia, la "libertà" sprizzante dalle sue immagini, che rendeva garbate anche sciocchezzuole come Il Mostro. I film di Roberto non assomigliavano a null'altro, e da questo punto di vista lui era davvero un Autore. Ordunque, il primo desiderio di Roberto era quello di apparire tenero e rassicurante ad ogni costo; ma la favola che s'era scelto non lo aiutava punto. Quell'anima grande del Collodi
l'era stato un po' di mano pesante: una sfilza di mostri e trasformismi punitivi e manco una scena comica. Chiese allora soccorso al suo caro amico Vincenzo, che sfrondò la favola alla
sua maniera e ne potò le foglie più velenose: ora l'Omino di Burro non staccava più gli orecchi degli asini a morsi; la Fata Turchina non "educava" più Pinocchio costringendolo alla
porta per un'intera notte; la bara coi conigli neri appariva solo un attimo e non faceva più paura a nessuno... Si aggiunse qualche lecca-lecca in più e il lavoro l'era bello che fatto.
Finalmente la favola pareva più dolce, ma forse un pochino meno originale. Roberto e Vincenzo se ne accorsero e vollero aggiungere due piccole grullerie, una all'inizio e una alla fine:
quasi una cornice (ovviamente di legno). La prima grulleria era magnifica: un piccolo ceppo, sfiorato dalle ali di una farfalla turchina, prende vita e abbandona entusiasta il carro a
cui era costretto assieme ai suoi simili (destinati a grigie esistenze di mobilia o caminetto), saltella con rabbia allegra lungo le stradicciole del paesello sognato dal loro amico
Danilo, combina una giostra di dispetti e bussa urgente alla porta di Geppetto: portentosa accelerazione di sceneggiatura che saltava a piè pari tutta la tiritera per l'acquisto del ceppo
e i litigi con Mastro Ciliegia.
Ma quella chiusa ironica e amara del Collodi, con Pinocchio che abbandona l'utopia anarchica del Paese dei Balocchi per ridursi a bracciante schiavizzato dal becero proprietario terriero, a Roberto non garbava proprio. E arrivò la seconda grulleria, ancor più geniale: Pinocchio è ormai divenuto umano, ma alle sue spalle, stampata sul muro, si proietta ancora l'ombra del burattino! Ombra che a voi bambini più intelligenti potrà ricordare tante cose: quella giocosa di Peter Pan, quella diabolica di Dracula... Fatto sta che quell'ombra che non segue fino in fondo il Pinocchio-studente e che si blocca sull'uscio di una scuola indigesta è la vera firma di Roberto: la prima e unica idea di regista di tutta la sua vita. In questo spiritello indomato che si dissocia da un corpo istituzionalizzato traspare tutto il pesante dualismo (quanto voluto e quanto subito?) di Roberto uomo e autore. Grandissimo istrione e inguardabile regista. L'irriverente provocatore anticlericale che si tramutò in normale divo internazionale benedetto dagli zecchini d'oro della Miramax. Com'era buffo quando era un burattino... Ma secondo voi, cari bambini, ora Roberto è felice? © 2002 reVision, Dante Albanesi |
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