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Il Bambino con il Pigiama a Righe

The Boy in the Striped Pyjamas - 1h 34'

Regia: Mark Herman



"Caro lettore, sebbene di solito ci riserviamo questo spazio per raccontarti una trama o descriverti dei personaggi, per una volta ci prenderemo la libertà di non farlo." Questa dichiarazione d’intenti appartiene al giovane scrittore irlandese John Boyne, classe 1971, autore del romanzo da cui è stato tratto Il Bambino con il Pigiama a Righe, sceneggiato e diretto per il grande schermo da Mark Herman sotto l’egida produttiva della Disney. Lo spazio a cui si riferisce è quello del retro di copertina del libro, solitamente utilizzato per sintetizzare la trama del romanzo. In questo caso, l’invito consiste nel fermarsi a riflettere: quando le parole non bastano a descrivere una realtà troppo crudele e "irrappresentabile", allora ci si affida alla metafora, che è una delle tante forme del mito. Così, il mondo può diventare una "favola", come scrisse una volta un filosofo. La favola molto speciale di Boyne serve ad evocare, trasfigurandolo poeticamente, l’Olocausto e le sue atrocità, quel terrificante capitolo della storia umana tante volte raccontato attraverso lo sguardo dei suoi sacrificati più deboli, testimoni e vittime di un orrore indicibile e simboli di quello stupore annichilente che attanaglia, in questo caso, colui a cui tale storia è narrata. Si tratta, dunque, di una di quelle vicende rivelatorie, in grado di far luce sulle tenebre dell’ambigua identità umana, sui suoi lati più mostruosi e su certe verità radicali nascoste tra le pieghe della Storia. Lo sguardo di un bambino di otto anni che s’inoltra nel cunicolo della Shoah è una prospettiva difficilmente rappresentabile, sia al cinema sia in letteratura, perché esposta al rischio della facile retorica del patetismo e della maniera. Boyne trasferisce il gusto e la misura nel suo prezioso romanzo all’equilibrio del regista inglese Mark Herman, noto per aver diretto l’agrodolce Grazie, Signora Thatcher, la coinvolgente commedia Little Voice e Prenditi un Sogno, nel quale ha dipinto le figure di due adolescenti proletari che vivono nella periferia di Newcastle. Un regista attento alle dinamiche sociali, alle descrizioni degli ambienti, alle psicologie dei personaggi inscritti all’interno di un paesaggio allusivo. E tutto questo fatto con la necessaria leggerezza e malinconia. L’atmosfera fiabesca de Il Bambino con il Pigiama a Righe appare congeniale alle corde di Herman che riesce a rappresentare l’orrore ineffabile perpetrato con feroce determinazione dai nazisti adombrando quella possibilità di redenzione (l’indicazione di una speranza) che non condiziona né il racconto dei funesti eventi, né il giudizio morale che se ne deve trarre con il suo côtè ammonitorio che ci riguarda tutti, qui ed ora (e che riguarda pure, per inciso, i governi delle vittime di ieri trasformatisi nei persecutori di oggi). Per ciò che concerne le analogie cinematografiche, ricordiamo che il regista danese Søren Kragh-Jacobsen, partendo da un romanzo di Uri Orlev, aveva raccontato il dramma di un bambino ebreo polacco abbandonato dal padre in una fabbrica in disuso nel ghetto di Varsavia nel suo L’Isola in Via degli Uccelli, attraverso lo spirito avventuroso della lettura preferita dal piccolo, "Robinson Crusoe".

Il piccolo ariano Bruno, meravigliosamente interpretato da Asa Butterfield, destinato a confrontarsi con l’universo dei pigiama a righe vuole fare da grande l’esploratore. Come tutti i bambini costretti a confrontarsi con un mondo "fuori di sesto", egli prova ad entrare nella dimensione parallela di un altro mondo attraverso il gioco: e tutto si trasfigura, dal microcosmo familiare alla Storia con i suoi atroci risvolti. Bruno vive nella Berlino del ’42, abita in una casa immensa e gioca con i suoi piccoli amici. Fino a quando è costretto ad abbandonare la propria quotidianità normale, poiché il padre Walter, ufficiale delle SS (l’ottimo David Thewlis), ha ricevuto il decisivo incarico di assumere il comando in un campo di concentramento. Bruno non vorrebbe lasciare Berlino, ma è costretto a partire, con la sua famiglia in una villa in campagna dove vivrà l’atmosfera claustrofobica e noiosa della coatta comunità militare. L’unica attrazione è, per la fantasia di Bruno, una porta chiusa che si trova collocata nel retro della villa. Una porta da non varcare che erroneamente egli crede conduca ad una fattoria. La sua rinuncia ad un regolare corso scolastico gli procura un severo istitutore impegnato a deformare la sua mente assieme a quella della sorellina maggiore Gretel (Amber Beattie), nell’inculcare un’edulcorata e propagandistica visione eroica del destino della Germania e indicando gli ebrei come unici responsabili della decadenza economica e dei costumi, una razza da estinguere per la salvezza dell’umanità. Se per Bruno l’immaginazione diviene un viatico d’impermeabilità rispetto alla perversa ideologia dominante, per Gretel l’adesione al fatale dogma è totale e acritica. La "porta proibita" è il fatidico confine da varcare per il piccolo protagonista, il sentiero che lo conduce, tra i boschi, di fronte al recinto di un campo di concentramento. E’ questa l’occasione del suo incontro con il coetaneo ebreo in pigiama a righe Shmuel (Jack Scanlon), che vive oltre il filo spinato. Un’amicizia che si consolida giorno dopo giorno, capace di risvegliare il piccolo protagonista dal torpore, facendogli vivere un rapporto profetico e formativo, oltre le barriere imposte da un diktat disumano. Bruno finisce per dividere il cibo con il nuovo amico e, giocando a dama con lui, continua a formulare una domanda dietro l’altra. Per lui risulta incomprensibile il perché Shmuel porti quella divisa simile a quella di Pavel (David Hayman), una volta medico e ora costretto a pelare le patate nella villa di Bruno. Non comprende nemmeno la necessità di oscurare la finestra della propria camera, iniziativa dovuta al padre. La risposta a queste cruciali domande non si trova certamente nei tendenziosi libri di testo forniti dall’istitutore, né è utile l’atteggiamento della madre, interpretata dalla bella e brava Vera Farmiga, prima testimone impassibile (perché fiera dell’incarico del marito) e poi progressivamente titubante di fronte al manifesto orrore di quella condizione imposta dalle regole della "soluzione finale" e nascosta da quella soglia inviolabile. Così, la donna quando il figlioletto si sbuccia un ginocchio soccorso dall’ebreo Pavel si sbilancia con un indicativo "grazie" sintomo di una solidarietà frustrata. Altra rivelazione è quella che provoca in Bruno, convinto che oltre quel filo spinato ci sia un campo di lavoro, una reazione di rifiuto quando Shmuel gli rivela di essere ebreo. Una successiva riflessione porterà il nostro protagonista a varcare quel confine proibito: un gesto dettato sia dall’istinto sia da un’automatica determinazione sulla bellezza dell’incontro tra due identità. Un gesto che avrà tragiche conseguenze.

Il Bambino con il Pigiama a Righe ci riserva un finale straziante che lascia attoniti, nell’illustrare la reductio di una condizione naturale umiliata, costretta ad un cul de sac nel buio nero di una mostruosa costruzione ideologica che travalica ogni ragione politica e si fa sintomo di Male assoluto.
Niente a che vedere con il consolatorio assunto del pluripremiato La Vita è Bella di Benigni: il film di Herman espone lucidamente la dimensione fantastica dell’infanzia contrapponendola a quella di una realtà irresistibile e radicale, mettendo in primo piano il valore salvifico del sentimento dell’amicizia. Viene in mente il parallelo con il bel film di una delle personalità più interessanti del cinema polacco contemporaneo, Dorota Kedzierzawska, quel suggestivo Jestem che mette a confronto la condizione di un giovanissimo indigente, che abita in un battello, a quella di un’agiata ragazzina: due identità, socialmente contrapposte che hanno bisogno dello stesso calore, una solidarietà suscitata dalla comune paura dell’abbandono familiare. Il medesimo esorcismo emotivo che consente Bruno e Shmuel, bambini divisi, di travalicare i muri della Storia affermando la forza naturale ed emozionante della verità umana. La verità che, secondo le Sacre Scritture, ci consente di farci sentire liberi.

© 2009 reVision, Francesco Puma