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A Tempo Pieno

L'Emploi Du Temps - 2h 13'

Regia: Laurent Cantet



Si può ben sostenere, parafrasando Marcuse, che al regista Laurent Cantet interessi mostrare gli "schiavi sublimati" della civiltà industriale. Non nella prospettiva romantico-anarchica di Ken Loach, sanguigno movimentista, non in quella teorica e raffreddata del secondo Jean-Luc Godard, né in quella allucinata e patologica di Ferreri: sembra piuttosto che Cantet abbia trovato in appena due film una voce propria, solidificando un progetto formale che in Risorse Umane si attirava ancora le ire della militanza sindacale intransigente (parliamo, naturalmente, di un dibattito tutto francese: in Italia si discute di crisi dei trentenni, figuriamoci...).
Il protagonista di A Tempo Pieno è un consulente aziendale che perde il lavoro e nasconde la condizione di disoccupato alla moglie, ai figli, ai genitori; le menzogne che devono coprirlo si fanno sempre più difficili da gestire (racconta di essere stato assunto all'ONU, a Ginevra) e nel frattempo deve risolvere il problema del denaro (prima chiede soldi al padre per l'acquisto di un fantomatico appartamento in Svizzera, poi truffa qualche amico promettendo investimenti sicuri).

Lo spettatore è chiamato perentoriamente ad identificarsi con Vincent, a sentirne il disagio quando mente al telefono, raccontando alla moglie d'essere impegnato in riunioni d'affari mentre è nel parcheggio di un autogrill; ma è un'identificazione critica, o perlomeno dal carattere regressivo attenuato, se è vero che ben presto ci si interroga su quelle che possono essere le motivazioni del personaggio: il film si premura di chiarire che Vincent non avrebbe difficoltà a reinserirsi nel mondo del lavoro, e risulta pertanto evidente che non ha intenzione di farlo. Sognatore di se stesso, Vincent esce dal dominio della lotta e rimane fuori a guardare, a immaginare: le inquadrature di Vincent dietro un vetro, o le soggettive in cui guarda una scena di vita quotidiana dal di fuori, testimoniano di questo scollamento, di questa non-appartenenza alla realtà. La menzogna allora non serve più a coprire un fallimento (che non è, a questo punto, avvertito come tale), ma a costruire un altrove in cui si è apprezzati, stimati, perfino invidiati; nelle parole del regista Laurent Cantet, Vincent è "il più sincero fra i bugiardi, un attore della sua stessa vita".

Ispirato ad un fatto di cronaca raccapricciante (il caso di un uomo che uccise la famiglia dopo aver nascosto per anni il licenziamento), il soggetto di A Tempo Pieno ha una funzione strutturale che si esprime nella pura oggettività dello sguardo, incrinata peraltro da inquadrature soggettive molto intense come quella di Vincent che cerca la moglie fra il grigio della nebbia e il biancore immenso della neve; oggettività che raramente, e qui veniamo al maggiore pregio del film, coincide con il reale: ossia la percezione alterata (distanziata, per meglio dire) di Vincent non è resa mediante procedimenti fotografici orientati banalmente all'eccesso, ma al contrario è il frutto di una gestione lineare, orizzontale delle immagini, attraverso un raccordo perfetto fra lo sguardo del personaggio, che osserva la vita dal di fuori, e lo sguardo dello spettatore, che ugualmente dal di fuori osserva la vita del personaggio. Tale soggetto si allontana dalla cronaca situandosi su un piano differente, raccontando forse un'altra morte: Vincent, nell'ultima inquadratura, torna fra gli automi.
"In presenza di un livello di vita via via più elevato", ha scritto Herbert Marcuse "il non conformarsi al sistema sembra essere socialmente inutile, tanto più quando la cosa comporta tangibili svantaggi economici e politici e pone in pericolo il fluido operare dell'insieme". (H. Marcuse, "L'uomo a una dimensione", Einaudi, Torino 1967).

© 2001 reVision, Luca Bandirali