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La Principessa + Il Guerriero

Der Krieger Und Die Kaiserin - 2h 12'

Regia: Tom Tykwer



Personaggi da favola urbana. Sissi: eterea e dolce infermiera di un ospedale psichiatrico, figlia segreta di uno degli assistiti; sua madre è morta folgorata da un fohn caduto nella vasca da bagno. Bodo: torvo e taciturno, soffre di lacrimazione spontanea, sua moglie è morta nell’incendio di una stazione di benzina; vive in cima a una collina con suo fratello, che fa la guardia in una banca ma progetta di derubarla. Un giorno Sissi finisce sotto un camion e Bodo le salva la vita...

Ultra romantico, inverosimile, tragico, spudoratamente simbolico come solo i film di Carax sanno essere (la scena in cui Sissi e Bodo si gettano nel fiume per dimostrarsi reciprocamente amore è un chiaro prestito da Gli Amanti Del Pont-Neuf). Ma se Tykwer può rivaleggiare con Carax per talento visuale, non possiede certo il suo spirito "sovversivo", che sa tingere di moralismo anche la più esibizionista delle inquadrature. La Principessa + Il Guerriero (perché il "+"?) presenta così un susseguirsi di scene madri la cui cifra comune è una dilatazione spinta all’estremo, che nei casi più interessanti approda ad una stasi quasi "sonnambolica", di frustrante impossibilità di agire. Non a caso, il racconto è denso di situazioni di "dormiveglia": Sissi sospesa tra la vita e la morte sotto l’autocisterna che l’ha investita, Bodo che continua a sognare sua moglie e abbraccia la stufa della sua stanza, la guardia che durante la rapina lotta contro l’effetto dell’etere...

A livello tematico, Tykwer non nasconde evidenti debiti wendersiani: riprese velocizzate della città dall’alto, dettaglio degli occhi della protagonista in sovrimpressione su una metropolitana in corsa, angeli depressi in bilico sul terrazzo di un grattacielo o sul parapetto di un ponte, attenzione maniacale per mezzi di trasporto (camion, auto, furgoni, autobus, metrò) e mezzi di comunicazione (lettere, televisori, cinema)... Ma tali suggestioni si inseriscono in un giocattolo eccessivamente "costruito", nel quale si percepisce l’effetto di un decoupage disegnato a tavolino, che non lascia spazio a guizzi e sporcature: un sapore, insomma, di regia anni ’80.

Ridondante, entusiasta di ogni immagine che gli salta in mente, Tykwer non ha certo il dono dell’economia narrativa (come già in Lola Corre: Lola strilla e infrange dei bicchieri, ma per quale motivo?). Ad esempio: la scena in cui Bodo vede spuntare il proprio doppio da una stazione di rifornimento (quella dove morì sua moglie), salire sulla sua stessa auto e partire con lui, è uno di quei lampi che, indipendentemente dalla trama in cui sono inseriti, restano scolpiti per anni nella memoria. Il film potrebbe terminare qui, e sarebbe perfetto... Purtroppo Tykwer ci tiene a farci vedere cento altre cose inutili: il nuovo Bodo che blocca l’auto e costringe il doppio ad abbandonarlo per sempre; il doppio che si ferma ad un incrocio e sale su un autobus guidato da suo fratello (perché?); i due innamorati finalmente giunti nella casa sulla scogliera, dove abita l’amica che nel prologo aveva spedito una lettera a Sissi (perché l’amica? perché la scogliera? e perché tutto quel prologo?). Ma fra tante immagini sprecate ce n’è una da salvare, ed è Franka Potente in camice bianco, scarpe basse e borsa a tracolla: come una vera infermiera, il perfetto ritratto di una mansuetudine che non osa mai nulla per essere appariscente. Tutto il contrario di Tykwer.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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