Copertina | News | Forum | Cinema | Home Video | Colonne Sonore | L'Archivio | Links



Il Petroliere

There Will Be Blood - 2h 38'

Regia: Paul Thomas Anderson



Paul Thomas Anderson è un regista che crede nella collaborazione dei reparti produttivi di un film. Così a sensazione lo si scopriva "semplicemente" un gran direttore d'attori, nell'ormai lontano Sydney (1996), laddove i corpi personaggi sprigionavano una performance antinaturalistica, singolare, eccentrica, in una storia fatta di impressioni, percezioni di atmosfere, sentimenti poco gridati, umori. Poi il resto della sua filmografia abbastanza conosciuto. In Magnolia c'era il sospetto di enfasi, ridondanza, esagerazione melanconica, non fosse altro l'epilogo con il tonitruante diluvio di rane. E tuttavia, Anderson colpiva ugualmente con quella serie di immagini universali, lucide,, contemplative, assolutamente fuori dall'ordinamento narrativo. Boogie Nights è forse il più formidabile resoconto sulla mitologia del porno. Ubriaco d'Amore infine un capolavoro tout court, senza un attimo di tregua per lo spettatore che è trascinato nel revival postmoderno sospeso tra una sorta di slapstick e lo sguardo poetico e rarefatto alla Jacques Tati. Paul Thomas Anderson, oltre agli attori, coinvolge in un processo creativo eccellente i produttori abituali Sellar e Lupi e il direttore della fotografia Robert Elswit, i costumi di Mark Bridges. E risalta il lavoro della scenografia di Jack Fish, autore anche di quelle in The New World, Mulholland Drive e La Sottile Linea Rossa. Da queste opere Il Petroliere ha sicuramente preso molto come attitudine ad abbracciare uno spazio intriso di segni poco leggibili o comunque sintomatici di un'impressione "nera" del mondo. Basterebbe considerare la prima scena girata tra l'oscurità di un pozzo minaccioso ed una superficie irta di ostacoli e pericoli. La fine del secolo diciannovesimo è subito disegnata, stigmatizzata nella lotta più straordinaria tra uomo e macchine, volta a superare il conflitto eterno tra uomo e Natura. Quando vediamo il petrolio sgorgare dalle profondità della terra e inondare il suolo verde non pensiamo all'inquinamento odierno, ma alla vittoria di una forza nuova, capace di prelevare linfa vitale per l'economia, il progresso.

Eppure il film mostra il costo brutale di questa fatica. L'occhio che si posa su un orfanello abbandonato, e sull'assenza generale di una famiglia, di un affetto. Non a caso è la presenza femminile che manca totalmente nel film a segnare un'impossibilità di accordo tra relazioni familiari e progresso. E non si tratta di un'accusa tanto velata da parte di Anderson, poiché la scrittura, ispirata al romanzo "Petrolio!" di Upton Sinclair, lo scrittore di "La giungla sui mattatoi di Chicago", non fa che sottolineare la lacerazione nei rapporti familiari, a cominciare da quello tra padre e figlio, minato in questo caso dall'ambiguità e poi dall'aperta denuncia del fallimento di fronte alla schizofrenia dell'egoismo capitalistico. Ci troviamo di fronte ad un protagonista ossessionato, preso, tarato, malato, colpito da una sostanziale aridità di sentimenti, di cuore e che deve all'inarrivabile Daniel Day Lewis, Oscar scontato, il novantacinque per cento del film. Nondimeno è tale ruvida spietatezza che fa crescere l'industria del petrolio. Metafora quindi chiarissima del principale sistema del petrolio che ha nutrito per tutto il Novecento il gruppo capitalistico dominatore del mondo. Anche la fine è chiara. Solitudine e omicidio, (auto)annullamento. Di chiunque, sebbene la fine del predicatore rientri nell'accusa di Paul Thomas Anderson alle chiese protestanti, capaci di insopportabili mistificazioni.
Il Petroliere è un film straordinario, laddove sovraespone continuamente i corpi, sia nelle minime espressioni, nei gesti, sia nei momenti terrificanti in cui si verifica lo scontro diretto, la carneficina. Nondimeno è sovraesposto il lavoro fatto di esplosioni di fuoco, crolli, ferite, lacerazioni, carneficine. Nel petroliere c'è il mondo impossibile da abitare, c'è la demistificazione di un eden terrestre del tutto inesistente. Perché sono le rocce aguzze, i massi pesanti, le distese incolmabili, le pianure brulle, a costruire, determinare il carattere oscuro dell'uomo, la cupa introversione, il sospetto, la diffidenza, fino alla regressione più ferina del corpo animale. Della bestia che lotta senza fine contro l'altra bestia. In uno scontro apocalittico, senza speranza.

© 2008 reVision, Andrea Caramanna