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Persepolis

1h 34'

Regia: Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud



"Nel mezzo del cammin di nostra vita" si assume un diverso atteggiamento etico (lo apprendiamo dall’esperienza e non solo dal buon padre Dante). Le cose ci appaiono "prive di sfumature", impariamo a leggere il mondo con maggiore discernimento: il bianco è più bianco e il nero più nero. Percepire i contrasti diviene importante, soprattutto quando la storia privata incrocia la Storia. Per Marjane Satrapi imparare a vivere percependo il senso del contrasto che opponeva la propria identità alla società in cui viveva è stato fondamentale per fondare un percorso di crescita umana ed artistica. La sua è un’esperienza di libertà intellettuale, la liberazione da una condizione che riguardava lei come le altre donne del suo Paese, l’Iran. Marjane è stata costretta a fuggire dalla città in cui è nata, Teheran, per potersi affermare professionalmente poi a Parigi. Nella metropoli dell’esilio culturale si è ritagliata uno spazio come fumettista, realizzando una graphic novel in quattro volumi intitolata Persepolis che ha avuto un successo sia di pubblico sia di critica. Si tratta di fumetti d’impianto autobiografico che raccontano l’esperienza comune di repressione sessista in quel Paese ideologicamente tormentato, e questo attraverso il racconto dei vissuti rapporti familiari e dell’adolescenza a Vienna, agli inizi degli anni ’80. Il tutto realizzato graficamente in un bianco e nero poetico ed ironico che stempera dolcemente le screziature drammatiche. Naturalmente il dramma è quello che sta attraversando l’Iran nei suoi spasmodici cambiamenti sociali a partire dal 1978, anno nel quale prende le mosse la vicenda privata che coinvolge Marjane assieme alla sua famiglia. Ora Persepolis è diventato uno splendido film d’animazione bidimensionale, diretto dalla stessa Satrapi in coppia con Vincent Paronnaud, uno dei maggiori fumettisti francesi. Un’opera animata che l’anno scorso si è aggiudicata a Cannes il Gran Premio della giuria arrivando pure ad una nomination all’ultima edizione degli Oscar nella categoria di miglior film d’animazione (il vincitore è stato Ratatouille: una scelta che premia un gioiello della Pixar e che non ci sentiamo di contestare anche se Persepolis avrebbe meritato un premio per l’emblematico, importantissimo suo valore). Per dirla senza reticenze, ci troviamo di fronte ad un piccolo capolavoro che sin dal titolo rende omaggio all’antico regno di Persepoli. Siamo però lontani dalle consuete atmosfere fiabesche, poiché la flagranza della difficile realtà descritta prende subito il sopravvento.

La Marjane della Teheran nel 1978 è una bambina di otto anni che già ostenta una speciale consapevolezza e un indomabile spirito di ribellione. E’ quello un periodo di turbolenti scontri tra le forze di opposizione e i rappresentanti delle istituzioni fondamentaliste al potere che dettano le regole della convivenza civile imponendo restrizioni di ogni genere: il pudore delle donne obbligate a nascondersi col velo, la conservazione dei valori della tradizione e delle memorie familiari, la repressione sentimentale e sessuale sono i crismi comuni. "Bisogna innanzi tutto mantenere intatta la propria integrità", ripete la saggia nonna alla quale Marjane è molto legata, quando questa diventa un’adolescente inquieta. L’apprendistato politico della giovane è ravvivato dai racconti del padre che le fanno comprendere, sin da piccola, la condizione in cui versa il Paese, i passaggi cruciali di sommovimenti che sfoceranno in seguito nel nefasto capitolo della guerra con l’Iraq. In quel contesto crescere significa apprendere il doloroso travaglio di tragiche esperienze che riguardano parenti e amici divenuti vittime di un regime dittatoriale che impone il carcere duro e le torture pesanti ai suoi oppositori, donandosi un’aura mortuaria capace di soggiogare qualsiasi intenzionalità di ribellione. Parliamo di un Paese sotto l’egida degli ayatollah, nei vent’anni che vanno dalla caduta di Reza Pahlevi sino all’inizio dei Novanta. La rivolta morale della protagonista trova un riflesso estetico nell’adesione alla filosofia e al gusto della musica occidentale, l’etica del punk, del pop degli ABBA e dell’heavy metal degli Iron Maiden ascoltati nei supporti d’importazione clandestinamente venduti in alcune zone periferiche della città. A Mariane tocca di assistere alle cruenti manifestazioni di piazza, alla caduta del regime a cui segue l’instaurazione della Repubblica islamica, il periodo dei famigerati "Pasdaram", gli implacabili controllori dei costumi e della morale della comunità. A quattordici anni le capita di resistere alle menzogne dei suoi insegnanti reagendo alle imposizioni del velo, mostrando una pericolosa vocazione rivoluzionaria che induce i familiari a spedirla a Vienna dove diventerà amica di un gruppo di anarchici, consumando un apprendistato che la porterà a vivere le gioie e i dolori dell’amore. Alcune manifestazioni di razzismo, da parte di coetanee del posto, assieme ad una cocente delusione sentimentale la costringeranno ad un ritorno a casa forzato, in preda ad una grave crisi depressiva. Un matrimonio sbagliato, foriero di nevrosi ulteriori, consumato in una routine dove regnano il distacco e l’indifferenza, le impone la scelta di una fuga definitiva dall’Iran sulla rotta di Parigi, dove finalmente potrà elaborare i frutti del proprio vissuto.

Senza nascondere un’intenzionalità esemplare, Persepolis racconta la parabola di un’identità che, nel mondo contemporaneo, fatica ad affermarsi. Una storia moderna che il bianco e nero dell’animazione rende emotivamente straniata (ma drammaturgicamente incisiva) fino a renderci partecipi dell’orrore odierno di una condizione repressiva imposta col terrore da un governo fanaticamente ispirato, preda del delirio di una guerra continua qui evidenziata attraverso l’enucleazione tonale del colore nero che domina il segno dell’abitazione di Marjane e della sua famiglia. Fortemente espressionista è la scelta di evocare cromaticamente la cupezza di una realtà socialmente devastata (che ricorda quella descritta dal nostro Neorealismo) dove a dominare è il gioco dei personaggi proiettati sui muri come ombre, omaggio ai classi del muto. Divertente è il capitolo riguardante il ritorno alla vita di Marjane, il suo tirarsi fuori dalla depressione attraverso le note di "Eye of the tiger" da Rocky III, è questa una sequenza coreografica di grande impatto. La scelta del colore si evidenzia nei brevi passaggi di flashback. Nell’incipit, vediamo Marjane all’aeroporto: mentre dichiara la propria identità ecco il passaggio dal colore al bianco e nero, sigillo di una memoria vissuta in nome dell’emancipazione e della libertà future.
Grazie alla sua forza espressiva, Persepolis si rivela un film speciale, malinconico quanto divertente, capace di dispiegare accenti commoventi e mai patetici. Il colore, che ritorna in un breve passaggio al centro del racconto, segna la scena finale dell’arrivo nella agognata città della liberazione, Parigi. La versione italiana si giova (ed è questa una delle rare occasioni) di un doppiaggio ben lavorato e partecipato di Paola Cortellesi (che è la voce di Marjane adolescente) con la sentita complicità di Sergio Castellitto e Licia Maglietta che doppiano i genitori.
Che cosa distingue un film come questo da una docufiction o da una pellicola realista? La capacità di evocare, indicando la tragica persistenza di una tirannia delle idee affidata all’interpretazione di dogmi e regole ataviche, la dimensione liberatoria dell’arte e della creatività inscrivendo questa nel tracciato onirico della favola visionaria. Marjane sa aggrapparsi alla forza salvifica dei suoi sogni popolati di animali immersi in una vegetazione lussureggiante affidandosi alle metamorfosi oniriche di onde del mare mutuate dalle strisce disegnate di una coperta. Il racconto delle imprese di Anouche, lo zio rivoluzionario costretto anche lui all’esilio, una volta trasformate in visualizzazioni d’utopia educano la giovane protagonista ad assecondare la propria vocazione di profeta della libertà. Quella libertà concessa, nel suo Paese, solamente ai bambini (che lì sono ancora veramente bambini) pronti a tutto pur di possedere, nelle trame della fantasia, una chiave che possa aprire le porte del Paradiso: e questo senza coltivare la tentazione di divenire piccoli kamikaze a difesa dei simulacri di una fede impervia.

© 2008 reVision, Francesco Puma