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La Donna Perfetta

The Stepford Wives - 1h 33'

Regia: Frank Oz



L’avvocato Walter Eberhart e sua moglie Joanna (Nicole Kidman), affermata produttrice di reality-show licenziata in tronco, fuggono da New York per il cartolinesco villaggio di Stepford. Mentre Walter trova calorosa accoglienza nell’enigmatico “club degli uomini”, Joanna riesce a fare amicizia solo con Bobbie, scrittrice ebrea anche lei giunta da poco in città. E ben presto si accorge che le donne di Stepford si comportano tutte allo stesso modo, come robot programmati alla sottomissione...
Davvero un bel copione. Parte con la deformazione iperreale del solito nevrotico super-professionista dei media (Bounce, What Women Want, Sweet November... quanti ne abbiamo visti negli ultimi anni?), prosegue come una commedia di costume, sfocia nel fantascientifico, lambisce l’horror (zona La Morte Ti Fa Bella, anche se Zemeckis è un altro pianeta) e chiude in apologo surreale. Dal romanzo “The Stepford Wives” di Ira Levin del ’72 era già stato tratto il film omonimo di Bryan Forbes (1975). Ma trent’anni mutano le prospettive. Probabilmente negli anni ’70 le casalinghe di Stepford tutte fornelli-aspirapolvere-cotonatura-giardinetto potevano ancora mantenere un legame diretto con la realtà, o con un passato prossimo di essa; ma nel 2000 tale modello antropologico risulta remoto come una vecchia reclame (genere del quale i bei titoli di testa propongono una vivace antologia). E in definitiva, ciò che ieri era satira sociale, oggi è anacronismo grottesco: uno slittamento di senso forse non previsto, ma senz’altro intrigante.

La Donna Perfetta rimanda ad uno dei grandi nuclei della cultura statunitense: la “piccola città” isolata dal resto dell’universo, chiusa nel suo cuore segreto di dogmi ostilità rimorsi. Da quest’ottica, Twin Peaks, The Truman Show, Dogville, Mystic River, sono altrettante variazioni sul tema: la paura di tutto ciò che è esterno, più forte, più grande, più moderno, e che prima o poi non potrà che sopraffarci (prossima puntata di questo canone sarà The Village di Shyamalan). Ma il messaggio implicito nella trama è chiaro: in fondo, l’esperimento di ingegneria genetica messo in atto a Stepford non è poi così diabolico, essendo anzi la versione provinciale e circoscritta di ciò che i network televisivi, i loro infernali reality-show e i loro abbaglianti spot pubblicitari realizzano su scala mondiale: mutare la vita delle persone, al punto da mutare le persone stesse. Il mito del successo senza talento, del denaro senza lavoro, della bellezza senza tempo: è questa la vera invasione degli ultracorpi che la società occidentale dell’ultimo mezzo secolo ha organizzato per noi. E ciò che Joanna subisce è il giusto contrappasso per le sue malefatte: una televisione che si finge realtà viene punita da una realtà che si è fatta artificiale.
Efficacissimi gli attori. Le smorfie e gli scatti nevrotici anni ’50 di Nicole Kidman (in un personaggio che è quasi l’auto-parodia del precedente Da Morire), la mediocrità timorosa e perplessa di Matthew Broderick, l’intellettuale caotica disegnata con spasso da Bette Midler, il sempre grande Christopher Walken (che per qualche motivo misterioso da anni non riesce ad avere un ruolo da protagonista), e una scienziata pazza che per vendetta verso un uomo traditore ha architettato un mondo dominato dagli uomini: una parte che solo Glenn Close poteva fare. Splendido cast malamente servito da un Frank Oz che non prende mai il film sul serio, nella sua intelligente amalgama di registri narrativi; rovina maldestramente una sequenza dietro l’altra, e riduce a discreto passatempo ciò che poteva essere una grande commedia nera.

© 2004 reVision, Dante Albanesi