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L'Albero Delle Pere

1h 28'



È meglio evitare ogni discussione sulla salute del cinema italiano. Francesca Archibugi ne rappresenta una parte abbastanza rilevante negli ultimi anni. Eppure il suo nuovo lungometraggio, presentato in questi giorni in concorso a Venezia è già stato considerato uno dei film più brutti visti nelle prime giornate del festival. Già Con Gli Occhi Chiusi ci aveva abbastanza deluso, nonostante la giustificazione si trattasse della difficile e delicata trasposizione dall'omonimo romanzo di Federigo Tozzi. Con L'Albero Delle Pere l'attenzione della regista romana torna sui problemi dell'adolescenza ed i rapporti complicati tra adulti e bambini. Sarà anche per questo che su una parete c'è un omaggio ad un esperto di bambini: Abbas Kiarostami, anche se il film omaggiato non è proprio sui bambini, trattasi infatti della locandina di Sotto Gli Ulivi.

Una dei protagonisti è Silvia (Valeria Golino) una madre sbandata, tossicodipendente (da qui le pere del titolo) e dedita ad una vita perduta, che non riesce a cambiare, nonostante il suo amore per i figli: Siddharta (Niccolò Senni), di 14 anni, un bambino minuto tutto riccioli, e il cui nome sembra destinarlo ad una naturale saggezza, figlio di Massimo (Sergio Rubini) sfigato regista sperimentale; Domitilla (Francesca Di Giovanni), neanche cinque anni, figlia invece di Roberto (Stefano Dionisi), avvocato dell'alta borghesia, figlio di papà. Questo gruppo familiare un po' virtuale (una mamma- due figli - due padri) rivela da una parte una società di adulti irresponsabili, dall'altra la sensibilità dei bambini, in grado di registrare e decifrare ogni evento, proprio tutto, come suggerisce Siddharta in lacrime a proposito della sorellina ("si accorge di tutto, non le puoi fare una flebo così, perché capirebbe ogni cosa") nella scena più bella del film.

La Archibugi è affezionata ai suoi personaggi e ne delinea con precisione i caratteri. Con una dovizia di particolari ed una insistenza spesso irritante. Si fa fatica a credere che Siddharta sia così maturo e che esistano tanto facilmente bambini della sua età con delle sicurezze così sviluppate (vedi per esempio il fatto di non voler rivelare nulla alla famiglia, o di scavalcare con menzogne la burocrazia della Sanità). Anche i due padri appaiono ridotti ai loro tic e fin troppo incapaci di superare le proprie delusioni sugli ideali giovanili (un tema che affiora appena, ma che non va sottovalutato). Dal punto di vista formale il film riesce a segnare le coordinate di una Roma metropoli indifferente e volgare - buona la scelta di associare la storia alle festività natalizie -, ma che basta vedere dall'alto per riscoprirne intatto l'incanto, lontano, e forse non è un caso, dalla sua umanità brulicante.

© 1998 reVision, Andrea Caramanna