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Pearl Harbor2h 55'
Regia: Michael Bay La nuova formula del kolossal americano parte dalla rilettura in chiave (post)moderna dei generi e delle opere appartenenti all'epoca
classica del cinema hollywoodiano. Una tendenza innescata dal successo planetario nel 1997 di un film come Titanic, vero e proprio punto di riferimento
tematico e narrativo per ciò che viene definito il nuovo cinema neoclassico. Una moda proseguita in tempi più recenti da film come Braveheart (genere storico),
Armageddon (disaster movie), Il Patriota (nuovamente genere storico) e infine Il Gladiatore (genere storico antico).
In molti di questi film la storia, ovvero il racconto di avvenimenti storici, è lo sfondo ideale per raccontare una storia più intima, fatta di uomini, sentimenti e
passioni. Le due storie, quella con la "s" maiuscole e quella dei personaggi si compenetrano a vicenda creando una giusta miscela di forte impatto per il pubblico.
Pearl Harbor è la rilettura in chiave (post)moderna di un classico del cinema bellico come Tora, Tora, Tora. Opera datata 1970 che racconta con estrema dovizia di particolari attenendosi scrupolosamente ai fatti storici l'attacco giapponese alla base navale di Pearl Harbor nel 1941. Il film descrive con oggettività le due "facce" della battaglia. La "faccia" americana incredula e poi straziata dall'amara ed inaspettata sconfitta militare, un vero e proprio colpo mortale al mito dell'inviolabilità del suolo statunitense, e la "faccia" giapponese trionfante e allo stesso tempo preoccupata nonostante il successo militare. In mezzo ai due volti principali emergono decine di piccole storie private, volti stravolti dalla stanchezza, umiliati dalla sconfitta deturpati dalla voglia di rivincita. E' proprio una delle tante storie marginali di Tora, Tora, Tora, quella storicamente riconosciuta dei due unici aviatori che riuscirono ad alzarsi in volo da un aeroporto secondario cercando di contrastare il nemico dal cielo, a formare il seme narrativo di Pearl Harbor. Questo piccolo episodio viene ingrandito a dismisura dal film diretto da Michael Bay. Attorno alla figura dei due piloti viene costruita una melensa storia d'amore
che occupa circa tre quarti del film. Praticamente scomparso il punto di vista giapponese, l'oggettività dei fatti storici viene rimpiazzata dalla soggettività della
storia d'amore tra i protagonisti. Un movimento narrativo che ben evidenzia la differenza tra il cinema di guerra classico e la sua riproposizione legata esclusivamente
a questioni di botteghino. Un classico triangolo amoroso, lui, lei, l'altro che potrebbe benissimo esaurire in poche righe la trama di un romanzo rosa d'appendice.
Il tentativo di applicare in maniera pedissequa lo schema narrativo Titanic, tragedia storica epocale bilanciata dalla contrastata storia
d'amore tra i protagonisti, emerge in tutta la sua chiarezza. Il vero problema è che la vicenda storica di Pearl Harbor è, a differenza dell'affondamento del Titanic,
un evento locale fortemente legato alla memoria bellica statunitense. Il film risulta così essere continuamente pervaso da immagini e riferimenti ad una retorica di
patriottismo statunitense per lo più aliena allo spettatore europeo. Il grado di coinvolgimento dello spettatore planetario rispetto alla tragedia della nave inaffondabile,
vera e propria tragedia epocale e planetaria, è inevitabilmente minore.
Anche l'attacco giapponese al porto hawaiano (ri)costruito sfruttando al massimo la possibilità di creazione digitale risulta essere freddo, poco coinvolgente. L'estetica del video game, l'ipersaturazione visiva e sonora, che pervade i quaranta minuti di battaglia aeronavale allontana emotivamente lo spettatore dalla vicenda rappresentata. All'interno della lunga sequenza vi è una brevissima scena che ben evidenzia questo distacco. Per pochi secondi lo spettatore è in grado di seguire in soggettiva la traiettoria di una bomba sganciata da un aereo giapponese e diretta verso una nave da guerra statunitense. Pochi emozionanti secondi, lo sgancio dell'ordigno dall'aeroplano, la sua traiettoria perpendicolare verso il bersaglio, la deflagrazione. Tipico esempio di soggettiva impossibile. Chi guarda la bomba? Quale protagonista del film è il soggetto che guarda? Non vi è più alcun legame tra il film e la soggettiva della bomba che esso propone. L'unico soggetto possibile si trova al di fuori dello schermo, seduto comodamente in sala. Il protagonista che guarda la bomba cadere è lo spettatore. Pearl Harbor è racchiuso in quei brevissimi istanti. Tutto il film è una mera operazione commerciale costruita a tavolino tenendo presenti solo ed esclusivamente le esigenze del pubblico. Così ci si trova persi ed annoiati all'interno di un lungometraggio di circa tre ore che mischia senza alcun criterio diversi generi cinematografici, il cinema bellico, la commedia sentimentale, il cinema d'azione, amalgamandoli con i tempi e le strutture della soap opera televisiva, cercando di sfruttare la popolarità tra il pubblico femminile dei romanzi rosa della serie Harmony. Privo di ogni valenza artistica, Pearl Harbor si erge come monumento ai nuovi meccanismi produttivi hollywoodiani legati esclusivamente alle esigenze dell'incasso. Non è più l'autore ad avere il controllo della sua opera, ma il pubblico ad imporre la sua volontà, i suoi gusti. Cinema come business. Una stravolgimento delle priorità e della struttura artistico produttiva che, se confermato in futuro, potrebbe avere conseguenze nefaste. © 2001 reVision, Fabrizio Pirovano |
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