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Un Perfetto Criminale

Ordinary Decent Criminal - 1h 33'

Regia: Thaddeus O'Sullivan



Il cinema di Kevin Spacey (più che dei registi che a turno lo hanno servito) è un cinema della falsità e della colpa, un universo popolato di figure sfuggenti che cambiano maschera ad ogni scena. I Soliti Sospetti, da contorto e scontato whodunit a eliminazione progressiva, si rivelava sul finale un’angosciosa analisi sulla verità di ogni discorso, e sul cieco desiderio dello spettatore di avere qualcosa a cui credere; ogni racconto, ogni finzione, è una tentazione del Diavolo: una scatola di parole (Verbal Kit) da lasciare chiusa. Seven era la tragedia della vendetta divina in terra, dove il giustiziere che ordisce la trama è anche l’ultima delle vittime, e il Salvatore che dovrebbe fermarlo cova in sé il più grave dei peccati. American Beauty era la commedia di un'auto-assoluzione, dove uno scialbo padre di famiglia può innocentemente dichiararsi onanista, infedele, pedofilo, e rassegnarsi ad essere punito per l’unica colpa (l’omosessualità) mai commessa... Ora, visti tali precedenti, è lecito supporre che il solo motivo per cui Spacey si trova in questo film è nell’inquadratura finale: la sovrimpressione del suo volto su quello di Cristo, creatore di paradossi verbali, castigatore di vizi, uomo comune che sconta delitti altrui.

Un Perfetto Criminale (ispirato, come il recente The General di Boorman, alla vicenda del criminale irlandese Martin Cahill) è la storia di Michael Lynch: ladro, vanitoso, perfezionista, imprevedibile e ovviamente gentiluomo. Vive a Dublino con la moglie Christine, con sua sorella Lisa e con i figli che ha avuto da entrambe. Ogni mese ritira il proprio sussidio di disoccupato, poi rapina la stessa banca per pagare il proprio avvocato difensore. Più che al denaro, Lynch è interessato a diventare un mito per la gente comune, ad apparire sui giornali e in televisione, e soprattutto a sputtanare la polizia. Ma il coronamento della sua carriera sarà di mettere le mani su un celebre Caravaggio, nel cui Gesù consegnato alle guardie vede riflessa la propria esistenza...

Quasi a imitare i difetti stessi del suo anti-eroe, Un Perfetto Criminale sconta in varie occasioni un montaggio sin troppo inventivo ed esibizionista. Si sa che il culmine di questo genere di film è sempre nell’esposizione febbrile dei particolari e nel procedere lento e meticoloso, quasi in tempo reale, della rapina: decimi di secondo e millimetri sempre sul punto di esaurirsi e mandare all’aria il sogno di una vita... O’Sullivan, invece, brucia inspiegabilmente ogni grande colpo con avari accenni in flash-forward innestati sulle parole di Lynch, che già prevede fin nei minimi dettagli tutto ciò che potrà accadere. Si sciupano, insomma, discrete scene di suspense pur di meglio tratteggiare e rendere accattivante il carattere centrale della storia. É questo il vecchio dissidio (Hitchcock se ne crucciò per una vita) tra film "di situazioni" e film "di personaggi", del quale Un Perfetto Criminale è un inconsueto ibrido: da una parte il gangster movie americano, col suo corredo di pistole, inseguimenti, passamontagna, fratelli sbandati, complici fedeli e infidi traditori; dall’altra la commedia sociale anglo-irlandese, con le comuni proletarie sgomberate, nuclei familiari atipici, birrerie, biliardi e colline verdi da ammirare in moto. Ma su tali goffaggini e squilibri, emerge intatto da una tela del ‘600 l’irresistibile ghigno di uno dei più grandi attori americani.

© 2001 reVision, Dante Albanesi



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